giovedì 21 agosto 2014

Un San Filippo "Portoricano"... [Schede per l'iconografia del santorale OSM]



Capita talvolta di trovare testimonianze dei Servi di Maria la dove … non c’erano. È il caso di una particolare raffigurazione di San Filippo Benizi che notiamo sfogliando il calendario Icone dei Servi di S. Maria 2014, guarda caso al mese di Agosto.
Si tratta di una tavola di 89,5x73 cm conservata nel Museo de Arte a Ponce nell’isola di Porto Rico e intitolata Visione di San Filippo Benizi [1]. Questa tavola venne realizzata da Josè Campeche (1751-1809), artista molto importante in quanto fu il primo pittore portoricano ufficialmente riconosciuto. Più particolare ancora la sua vita: creolo, lo Campeche era figlio, insieme ad altri sette fratelli e sorelle, di uno schiavo affrancato di origine afro-indiana, Tomas Campeche y Rivafrecha e di madre bianca, Maria Josefa Jordan y Marques, originaria delle isole Canarie . Incoraggiato dal padre a seguire la propria inclinazione artistica, Josè pur non lasciando mai la sua isola ebbe la fortuna di conoscere e diventare discepolo di Luis Paret y Alcazar, già pittore alla corte Reale di Madrid ma caduto in disgrazia presso il re di Spagna e bandito a Porto Rico.
La produzione artistica di Josè Campeche è composta di ritratti ufficiali quali notabili del governo dell’Isola di Porto Rico, vescovi, uomini e donne nobili, oltre a ritratti a tema sia secolare che religioso. All’interno di questa produzione, stimata in circa cinque-seicento opere troviamo anche il quadro raffigurante san Filippo.

Probabilmente la Visione di San Filippo venne dipinta da Josè Campeche dopo il 1783-1784. Per diversi critici si tratta di una delle opere migliori dell’autore.
Osserviamo da vicino la tavola. San Filippo viene dipinto nella parte bassa con un posizione centrale, rivestito dell’abito dei Servi. La mano sinistra è posta sul cuore mentre la destra indica una serie di segni ecclesiastici (una tiara papale, un galero cardinalizio rosso, mitria e pastorale episcopali) che San Filippo pare voler allontanare da sé.
Tra le nubi appare la Vergine Maria, inginocchiata in alto a sinistra rispetto al Santo, pone la mano destra sul petto e stende la sinistra verso Filippo. Lo sguardo è rivolta al gruppo della SS. Trinità posto in alto nel quadro, interamente circondanto da nubi e figure di angeli, come a intercedere in favore di San Filippo Benizi. Riportando l’attenzione su Filippo notiamo che il suo  sguardo, carico di serena e intensa contemplazione, è rivolto al gruppo della Trinità. Come possiamo notare, l’autore ha enfatizzato al massimo i segni della dignità ecclesiastica, mentre nell’iconografia più classica di San Filippo viene comunemente riportata solo la tiara papale.
Particolare poi è il gruppo della SS. Trinità, non presente nell’agiografia del santo, che probabilmente Josè Campeche introduce sull’influenza della predicazione del beato Diego Josè di Cadice, popolare predicatore del settecento appartenente all’Ordine dei Frati Cappuccini.
L’effetto del quadro, indica l’aspirazione del santo alle realtà celesti simboleggiate dalla SS. Trinità. Per questo San Filippo lascia onori e cariche da parte, e con l’intercessione della Vergine Maria, rivolge uno sguardo carico di devozione e di preghiera alla SS. Trinità.

Come già indicato, Josè Campeche non si mosse mai dall’isola di Porto Rico. Di conseguenza, non ebbe mai l’occasione di studiare altre opere riguardanti San Filippo. È possibile tuttavia che abbia visto una rappresentazione del santo in un qualche testo devozionale oppure da qualche altro testo popolare di natura religiosa. Di certo, riferendoci a San Filippo  non va dimenticato che egli venne canonizzato nel 1671 insieme ad altri tre santi (Gaetano da Thiene, Francesco Borgia e Luigi Bertran) e a una santa, Rosa da Lima, tutti in qualche maniera legati alla storia missionaria dei secoli XVI-XVII [2]. Non è impossibile che immaginette, medaglie, incisioni, opuscoli sui santi e fogli volanti distribuiti e fatti circolare in quella occasione abbiano contribuito a promuovere la conoscenza di san Filippo Benizi fuori dal giro ristretto di presenze dell’Ordine dei Servi di Maria in quel periodo. Di certo quest’opera di Josè Campeche offre un traccia dell’interesse suscitato dalla figura di San Filippo Benizi in un area dove i Servi di Maria ancora ... non c’erano.


fra Emanuele M. Cattarossi
albatrosm2013@gmail.com


[1] Prime informazioni per l’Ordine dei Servi di Maria su questa tavola, con due riproduzioni fotografiche in bianco e nero, appaiono in D. M. Charbonneau, The Vision of Saint Philip Benizi. A painting in Puerto Rico, in Studi Storici OSM 35 (1985), pp. 261-266. Citato in O. Dias, I Servi di Maria fuori d’Europa in I Servi di Maria nel Settecento. Da fra G. F. Poggi (1702) alle soppressioni napoleoniche (1810), (Quaderni di Monte Senario. Sussidi di Storia e Spiritualità, 7), Edizioni Monte Senario (1986), p. 104
[2] Cfr. O. Dias, … cit. pp. 98-99

martedì 24 giugno 2014

Lo Stemma del "Mare Magnum" [Schede per l'iconografia dello Stemma OSM]


Mare Magnum (1487), formella centrale con Stemma OSM

Un importante e significativa evoluzione dello Stemma dell’Ordine dei Servi di Maria verso la raffigurazione attualmente conosciuta compare intorno alla fine del XV secolo sulla coperta della Bolla Mare Magnum (1487), custodita nel Convento della SS. Annunziata di Firenze.[1]
Questa particolare bolla venne concessa da papa Innocenzo VIII su richiesta di fra Antonio Alabanti, priore generale dell’Ordine dei Servi e amico di Lorenzo il Magnifico, il quale s’impegno con decisione per ricomporre la divisione nell’Ordine tra frati “conventuali” e frati della Congregazione dell’Osservanza. Tentativo non semplice che trovò una forte resistenza soprattutto da parte degli Osservanti. Il Mare Magnum costituìsce così sia una sorta di ex-voto per risanare una lacerazione profonda quanto il primo tentativo di un Bollario dell’Ordine. Nel testo della bolla, sono infatti presenti tutte le precedenti bolle e i privilegi ottenuti dall’Ordine dei Servi di Maria dai tempi di Alessandro IV fino a Innocenzo VIII.[2]
Furono poi i padri del convento della SS. Annunziata, custodi del Mare Magnum, proprio per dare maggiore risalto al prezioso codice, a commissionare una ricca coperta presso una delle botteghe più prestigiose di Firenze, quella di Antonio di Salvi e Francesco di Giovanni, pagati tra maggio e giugno 1488. Il risultato è una preziosa composizione a mezzo busto di santi e beati dell’Ordine e della Congregazione dell’Osservanza, che posti sui nielli cantonali fanno da corona a due formelle centrali raffiguranti l’Annunciazione e lo Stemma dell’Ordine. La presenza degli stemmi del Card. de Michelis, protettore dell’Ordine, e dell’Alabanti, unitamente a quelli dell’Ordine e del convento di Firenze accentuano il carattere della riconciliazione fra i due rami dell’Ordine dei Servi.

Osserviamo lo stemma dell’Ordine posto sulla formella centrale: notiamo già tutte le componenti dello stemma più solenne che conosciamo attualmente. Al centro una S che però viene raffigurata come lo stelo attorcigliato di un giglio a tre fiori attorcigliato alla gamba centrale di quella che inconfutabilmente è la M di Maria. Sopra la M, viene posta una Corona. Nella parte superiore dello scudo una scritta Ave Maria, mentre tutt'intorno vi è posto un cartiglio che reca Ordinis Servorum Beate Marie.[3] Lo stemma è posto all’interno di una ghirlanda, con quattro teste di cherubini ai lati. Negli angoli un altro cartiglio riporta due volte la scritta: A Domino Factum est istud.[4]
Niello con Stemma conventuale
Sui nielli posti sul bordo possiamo notare invece quello che rappresenta lo stemma proprio del Convento di Firenze: abbiamo una S centrale attraversata dal gambo di un giglio che termina in alto con tre gigli. Sopra, un cartiglio con la scritta Ave gratia plena.
L’importanza dello Stemma dell’Ordine presente nel codice Mare Magnum è data da alcuni particolari:
-          alla fine del quattrocento esiste già uno stemma proprio dell’Ordine dei Servi di Maria. La diversità di composizione con quello del convento fiorentino, relativamente più semplice, indica la presenza di due tipi distinti per l’Ordine e per Firenze.
-          gli elementi base dell’attuale stemma dei Servi sono già tutti presenti. La S di Servi, la M di Maria, il giglio al centro e la corona. Nel tempo, il giglio avrà anche cinque e sette fiori.
-          vista l’importanza del pezzo, si potrebbe avanzare un ipotesi. Ovvero, lo stemma dei Servi come tipo conosciuto sarebbe stato impostato ed elaborato appunto per questa particolare evenienza. Si tratta di un ipotesi suggestiva, supportata dall’importanza del codice in oggetto e dal suo significato intrinseco.
Stemma per il giubileo 1525 (Cesena)
Per certo, la tipologia di stemma si consolida ben presto all’interno dell’Ordine, in quanto un immagine similare la ritroviamo per il  Convento di Santa Maria dei Servi per le celebrazioni del Giubileo dell’anno 1525. Le caratteristiche di base risultano le stesse già notate per il Mare Magnum: S centrale attorno alla M, corona in alto e tre fiori.
Stemma sul Chronicon... (1567)
Nuovamente questo tipo di raffigurazione dello Stemma dell’Ordine dei Servi compare nel Chronicon … (1567) di fra Michele Poccianti.[5] Riportato nell’ultima pagina del testo anche qui troviamo le stesse caratteristiche di base: S centrale attorno alla M, tre fiori che spuntano dal gambo centrale della M la cui parte inferiore termina con tre radiche; in alto una corona. Lo Stemma risulta riquadrato con tutt’intorno un frase che aumenta il carattere mariano dell’Ordine: Sicut lilium inter spinas, sic amica mea inter filias Hyerusalem.[6]


fra Emanuele M. Cattarossi
albatrosm2013@gmail.com



Schede per l'iconografia dello Stemma OSM
Vedi anche: 




[1] Si veda in proposito D.L. Bemporad, L’Oreficeria in E. Casalini – M.G. Ciardi Duprè Dal Poggetto L. Crociani D.L. Bemporad (a cura di), Tesori d’Arte dell’Annunziata di Firenze, Alinari, Firenze 1987, pp. 320-324 [schede nn. 37a e 37b]. Diversi studi della stessa Bemporad sono stati in seguito dedicati all’approfondimento di questo codice del quale tra i più recenti ricordiamo D.L. Bemporad, Mare Magnum in C. Sisi (a cura di), La Basilica della Santissima Annunziata. Dal Duecento al Cinquecento., Edifir-Firenze (Firenze), 2013, pp. 239-249.
[2] Cfr. D.L. Bemporad, L’Oreficeria, cit., p. 324.
[3] Cfr. ibidem…, p. 320.
[4] Citazione dal Salmo 118 (117), 23; ripresa anche in Mt 21,42.
[5] Titolo originale: M. Poccianti O.S.M. Chronicon rerum totius sacri Ordinis Servorum Beatae Mariae Virginia, in quo illustrium Patrum, qui sanctitate, doctrina et digitate in eo floruerunt, vitae atque actiones continetur. His addita sunt indulta pontificia eidem sacrae Religioni concessa; et omnes sanctiones in comitiis generalibus habitae ab anno 1233 usque ad ad 1566… Firenze, 1567. Edizione parziale in Monumenta O.S.M., XV pp. 5-92.
[6] Citazione dal Cantico dei Cantici 2,2 con “Hyerusalem” aggiunta come specificazione.

venerdì 6 giugno 2014

Asterischi - Presentazione del volume Studi sulla Santissima Annunziata di Firenze in memoria di Eugenio Casalini osm



Nel 1971, presso il Convento della Santissima Annunziata veniva edito il volume La SS. Annunziata di Firenze. Studi e documenti sulla chiesa e il convento di Eugenio Casalini, primo di una “Collana di Contributi per la Storia e per l’Arte a cura della Provincia Toscana dei Servi di Maria” poi meglio conosciuta come “Biblioteca Toscana dell’Ordine dei Servi di Maria”. Lo stesso Casalini, direttore della nuova collana, ancora prima del frontespizio ne indicava le linee guida di pubblicazione: «La presente collana edita dai Servi di Maria si prefigge di pubblicare quanto abbia riferimento diretto o indiretto, nel campo della storia e dell’arte, con i conventi e le chiese della Provincia Toscana dello stesso Ordine, appartenuti nel passato o retti nel presente dai suoi religiosi. Essa ha quindi lo scopo di presentare agli studiosi ciò che di inedito sull’argomento rimane ancora sparso negli archivi, di curare monografie, di raccogliere miscellanee di contributi atti ad illustrare e documentare una presenza spirituale che conta più di sette secoli di vita nella regione toscana».

Proprio alla memoria e al caro ricordo dell’opera del p. Eugenio Casalini (1923-2011), nel terzo anniversario della sua morte, è stata dedicato il X volume della collana “Biblioteca Toscana dell’Ordine dei Servi di Maria” intitolato Studi sulla Santissima Annunziata di Firenze in memoria di Eugenio Casalini osm. Non est in tota sanctior urbe locus, edito dalla Edifir Edizioni Firenze.

Questo ricco volume curato da p. Lamberto Crociani e dalla prof.ssa Dora Liscia Bemporad, oltre che dalla dott.ssa Giovanna Lambroni per la bibliografia, conta ben sedici contributi di studiosi riguardanti storia, culto e arte del convento e della chiesa della Santissima Annunziata di Firenze, santuario mariano della città e cuore dell’Ordine dei Servi di Maria.

Un momento della presentazione
La presentazione del volume si è svolta nella sala dell’Annunciazione nel pomeriggio del 5 giugno 2014. Davanti ai molti presenti, frati e suore dell’Ordine dei Servi, amici e parenti del p. Eugenio, oltre a diversi ricercatori e studiosi, il priore conventuale della SS. Annunziata di Firenze, p. Gabriele Alessandrini ha ricordato in maniera commossa il “frate” e la costante dedizione alla studio della storia del santuario fiorentino e alle sue memorie artistiche e di culto. Parimenti, il priore provinciale della provincia SS. Annunziata, p. Sergio Ziliani ha tratteggiato alcune caratteristiche importanti del p. Eugenio indicandolo come “uomo innamorato dell’Ordine”, per la capacità di “unire in armonia, continuità col passato e rinnovamento come segno e concretizzazione di una speranza vera”, come “uomo della cultura” in quanto “grande studioso di storia dell'arte, non solo di quella concernente l’Ordine dei Servi di Maria, come testimonia la sua bibliografia, ma di ogni espressione che sappia tradurre la vera Bellezza”, e come “uomo innamorato della Vergine Annunziata” perché proprio “l'Annunziata fu, per il suo cammino di uomo e di frate, Colei che lo guidò da una ricerca del bello tutta terrena alla maturazione piena della Bellezza eterna, all'amore per l'uomo con i suoi limiti, ma anche con la sua perenne immagine divina”.
Seguiva quindi la presentazione del volume. Per prima interveniva la prof.ssa Anna Benvenuti, direttrice del SAGAS (Dipartimento di Storia, Archeologia, Geografia, Arte e Spettolo dell’Università degli Studi di Firenze), la quale unendo i ricordi e riflessioni circa la sua lunga e costante frequentazione della Santissima Annunziata di Firenze e dell’Ordine dei Servi di Maria in generale, offriva alcune delucidazioni in merito alla prima parte del volume, dedicata a contributi di carattere storico in merito al Convento e alla Chiesa della santuario fiorentino.
Al prof. Cristiano Giometti, ricercatore del SAGAS, toccava invece la seconda parte del testo imperniata su contributi inerenti il ricco patrimonio artistico e cultuale della Santissima Annunziata di Firenze. Attraverso una spiegazione quanto mai esaustiva ma altrettanto coinvolgente, veniva mostrato ai presenti il ricco “scrigno” di tesori costituito dal santuario fiorentino.
Chiudeva la presentazione il p. Lamberto Crociani, ispiratore e curatore, insieme alla prof. Bemporad, del volume in memoria del Casalini, oltre che suo allievo come frate e studioso. Dopo aver ricordato e ringraziato tutti i collaboratori per il lavoro del volume oltre a quanti si sono adoperati per la buona riuscita della presentazione, il p. Lamberto aggiungeva ancora un suo personale e commosso ricordo del p. Eugenio, “amico e maestro”, dimostrando ancora una volta la riconoscenza della Santissima Annunziata di Firenze e dell’Ordine dei Servi di Maria per “il suo cammino di fede, di preghiera, di studio e di servizio”…


fra Emanuele M. Cattarossi
albatrosm2013@gmail.com

In memoria di p. Eugenio M. Casalini (1923-2011)

In occasione della presentazione del volume Studi sulla Santissima Annunziata di Firenze in memoria di Eugenio Casalini osm. Non est in tota sanctior urbe locus (5 giugno 2011), riportiamo qui di seguito l'intervento del priore provinciale della provincia SS. Annunziata dell'Ordine dei Servi di Maria, p. Sergio M. Ziliani, in ricordo del p. Eugenio Casalini (+ 2011), stimato storico e ricercatore dell’Ordine dei Servi di Maria

fra Emanuele M. Cattarossi
albatrosm2013@gmail.com

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P. Eugenio M. Casalini (1923-2011)
Buonasera e un benvenuto a tutti.
È motivo di gioia, questa sera, ricordare con la presentazione del libro “Studi sulla Santissima Annunziata di Firenze, in memoria di Eugenio Casalini, osm”, questo frate Servo di Maria e studioso, nel terzo anniversario della sua morte.
Il lavoro che viene presentato è nato come desiderio, dei frati della Provincia religiosa della SS. Annunziata e in modo particolare dei frati del Convento della SS. Annunziata, di rendere omaggio a un uomo e frate che ha dedicato tutta la sua vita all’Ordine e alla Provincia, in modo particolare proprio qui nel Convento radice dell’Ordine dei Servi di Maria.
Per questo motivo desiderio ringraziare tutti coloro che hanno collaborato affinché questo desiderio si potesse realizzare. Cito solo i curatori dell’opera, p. Lamberto Crociani, osm e Dora Liscia Bemporad, e in loro tutti gli estensori dei diversi contributi qui raccolti.

Ricordare p. Eugenio, è per noi fare memoria di un uomo che ha saputo coniugare, ad alto livello, la vita religiosa e quella spirituale con la vita culturale, mostrando con la sua meticolosa ricerca interiore e di studioso, la concretezza di una vita che si è lasciata coinvolgere da ogni realtà, senza però lasciarsi trasportare dalla medesima, anzi offrendo sempre uno spunto nuovo di lettura o di approfondimento, di ricerca e di concreta realizzazione, segnata dall’amore profondo alla storia non come evento del passato bensì come realtà vivente e germe di nuova linfa vitale.
 
Per questo motivo mi piace pensare a p. Eugenio come:
 
1. Uomo innamorato dell’Ordine. Nella sua lunga vita, p. Eugenio, ha saputo donare ad ogni fratello la sua esperienza e la sua presenza, il suo contributo in qualità ed in servizio. Lo ricordiamo come Priore conventuale alla SS. Annunziata, dove ha trascorso 61 anni, circa, della sua vita religiosa; come Consigliere provinciale; come membro di diversi Capitoli generali dove ha offerto il suo contributo, soprattutto nella stesura delle nuove Costituzioni. In tutti questi servizi p. Casalini ha saputo unire in armonia, continuità col passato e rinnovamento come segno e concretizzazione di una speranza vera. All’interno della Provincia religiosa poi è stato Archivista storico fino a pochi anni dalla sua morte, quando ormai le forze lo stavano abbandonando. Anche in questo servizio ha saputo divenire meticoloso ricercatore di quelle fonti che lo hanno portato a scoprire le radici che hanno dato vita al nostro Ordine e che come tali sono divenute pietre miliari per la nostra Storia. Come Priore del Convento fiorentino della Ss.ma Annunziata fu attento non solo alla vita comunitaria, ma anche fu amante della sua bellezza, che ha goduto ogni giorno come vera esperienza spirituale e contemplativa. Ne ha curato con profondo gusto l'arredamento, la disposizione delle opere d'arte e la conservazione dell'archivio. I nove anni di priorato dal 1979 lo hanno visto protagonista di importanti memorie centenarie dell' Ordine, che hanno avuto grande risonanza non solo nella città di Firenze. In questo periodo di priorato il convento tornò ad un dialogo forte ed intenso con l'Università fiorentina.
 
2. Uomo della cultura. P. Eugenio fu insegnate di storia e di storia dell'arte nel liceo del professato dei Sette Santi a Firenze e, per un ventennio circa, docente di iconografia mariana presso la nostra Pontificia Facoltà Teologica “Marianum” in Roma. Fu direttore e cofondatore della Biblioteca toscana dei frati Servi di Maria, che oggi al vol. X occupa la sua memoria.  Fu anche fondatore e direttore della collana di studi storici e artistici del convento, “Colligite”. Rifondò negli anni ’80, divenendone direttore fino alla morte, il bollettino del Santuario della della SS. Annunziata, offrendo al suo interno contributi culturali, da quello storico a quello artistico a quello legato alla pietà popolare. Fu un grande studioso di storia dell'arte, non solo di quella concernente l’Ordine dei Servi di Maria, come testimonia la sua bibliografia, ma di ogni espressione che sappia tradurre la vera Bellezza. Fu uno storico e critico apprezzato negli ambienti artistici non solo italiani.
 
3. Uomo innamorato della Vergine Annunziata. Il Cuore della Città e della Chiesa di Firenze è anche il Cuore del nostro Ordine di Servi di Maria, e questo cuore è quella piccola ma bella Cappella della SS. Annunziata, dove p. Eugenio amava contemplare la “Madonna dei Servi” e pregare in silenzio, educandosi all'ascolto e alla meditazione. L'Annunziata fu, per il suo cammino di uomo e di frate, Colei che lo guidò da una ricerca del bello tutta terrena alla maturazione piena della Bellezza eterna, all'amore per l'uomo con i suoi limiti, ma anche con la sua perenne immagine divina. Partendo da questa contemplazione ha saputo divenire non solo custode di una memoria Mariana, ma espressione di quella presenza amicale tutta mariana, accanto all’uomo di ogni tempo e di ogni estrazione sociale e culturale, divenendo cultore di quell’Amicizia umana che si è trasformata, sull’esempio dei nostri Sette Santi Padri, in Amicizia spirituale con ogni creatura.
 
Molti altri aspetti potremmo elencare di p. Eugenio, ma credo che ognuno potrà portarli nel proprio cuore come esperienza umana e spirituale, quale dono ricevuto.
Pertanto la miscellanea, che ora verrà presentata, diventa espressione di questo dono che è stato p. Eugenio e al contempo la testimonianza del nostro affetto e della nostra riconoscenza, non solo da parte di noi confratelli della Provincia della SS. Annunziata, ma anche di tanti amici e studiosi dell'Università fiorentina. Ancora grazie e buona continuazione.
 
p. Sergio M. Ziliani
priore provinciale
provincia SS. Annunziata O.S.M.

 

martedì 27 maggio 2014

Asterischi - Note sulla mostra “Jacopo Ligozzi "Pittore universalissimo" (Verona 1549 c. - Firenze 1627)”



Pittore di corte e di storia, fine illustratore naturalista, progettista di abiti, ricami per tessuti e manufatti in pietre dure, ma anche uomo di fede ossessionato dalla morte e dalla dannazione eterna, Jacopo Ligozzi è il protagonista del quinto appuntamento espositivo del programma “Firenze 2014 – Un anno ad arte”, intitolato appunto “Jacopo Ligozzi "pittore universalissimo" (Verona 1549 c. - Firenze 1627)”organizzato dalla Galleria Palatina di Palazzo Pitti in collaborazione con il Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi.
Nato a Verona nel 1549 circa e discendente da una famiglia di ricamatori d'origine milanese, figlio del pittore Giovanni Ermanno, Ligozzi svolse una iniziale attività a Trento, Verona e Venezia, spostandosi poi a Firenze dove nel 1575 è documentata la sua presenza presso la corte granducale di Francesco I. A Firenze Ligozzi rimase stabilmente fino alla morte, nel 1627, impiantandovi una solida bottega.
Le opere, più di cento, arrivano dal Metropolitan Museum di New York, dal British Museum di Londra, dall’Albertina di Vienna, dal Louvre di Parigi, oltre che da chiese, pinacoteche e collezioni private italiane. Divisa in diverse sezioni tematiche la mostra intende illustrare per la prima volta in modo organico l’arco di attività del pittore, mettendo in evidenza i diversi ambiti nei quali si trovò ad operare e la sua poliedrica e versatile fisionomia all’interno del panorama fiorentino, che lo rende appunto “universalissimo”.
Tra le opere esposte, desta particolare interesse per l’Ordine dei Servi di Maria il prestito della tavola “Cristo in Pietà sorretto dagli Angeli” (1598). Questa particolare tavola rientra nel programma decorativo indicato dall’artista fiammingo Giambologna per la cosidetta Cappella della Pietà o del Soccorso, cappella centrale della Tribuna della Santissima Annunziata di Firenze, della quale i frati del convento avevano concesso all’artista il patronato per farne il suo sepolcro.
Particolare interessante è l’esposizione, accanto alla tavola, del disegno preparatorio proveniente dalla University Library di Leida. La tavola e il disegno preparatorio, di grande suggestione, raffigurano il Cristo morto sorretto da tre angeli, due per le mani e uno alle spalle. Da notare lo sfondo che richiama una bassa e spoglia cripta sepolcrale. Nel disegno preparatorio Ligozzi dota incongruamente detta cappella di una ricca lampada sull’ingresso del vano, mentre nella realizzazione della tavola vengono raffigurati due piccoli angeli. Gli angeli sono in ginocchio mentre il Cristo morto viene raffigurato con le gambe in avanti. Nel disegno preparatorio l’angelo posto a sinistra di chi guarda è stato disegnato due volte, in quanto si nota un pezzo di carta incollato: la prima versione di quest’angelo lo poneva più vicino al Cristo mentre la seconda, più discosta, ne sorregge però con delicatezza il braccio destro.

Altro particolare interessante è la tavola realizzata per la Chiesa di San Pietro a Monticelli (Firenze), raffigurante l’Annunciazione (1592). Questa tavola, praticamente inedita, rimossa in tempi recenti dalla chiesa e ricoverato in un deposito della stessa è stata rintracciata nel 2006, attribuita al Ligozzi e restaurata. Per raffigurare l’Annunciazione il Ligozzi utilizza il prototipo trecentesco della Santissima Annunziata di Firenze. Detto tema era oggetto di un culto che aveva oltrepassato i confini della penisola fin dal secolo XV ma che in epoca postconciliare acquisì ulteriore rilievo. Nella realizzazione della tavola, Ligozzi avvicina le due figure e mentre si mantiene fedele alla riproduzione della Beata Vergine rispetto all’affresco della Santissima Annunziata, come pure in diversi dettagli all’intorno, ne descrive più liberamente l’angelo che appare in posizione di annuncio e non di attesa.
La mostra è aperta dal 27 maggio al 28 settembre. Tutto il materiale esposto nella mostra è possibile ritrovarlo, con interessanti schede delle opere esposte, nel catalogo edito da Sillabe e curato da Alessandro Cecchi, Lucilla Conigliello e Marzia Faietti. Anteprima della mostra qui

fra Emanuele M. Cattarossi
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mercoledì 30 aprile 2014

La Madonna di San Pellegrino [Schede per l'agiografia OSM]



L'immagine della B.V. delle Grazie nel Duomo di Forlì
Riguardo a san Pellegrino Laziosi uno dei passaggi più interessanti della sua Legenda [1] è sicuramente costituito dall’episodio della sua vocazione. Leggiamo così al punto 2:

«[Pellegrino] un giorno si recò alla chiesa di S. Maria della Croce. Essendosi intrattenuto piuttosto a lungo, in atteggiamento devoto, innanzi all’immagine della Vergine Maria, la supplicò infine perché si degnasse di mostrargli la via della sua salvezza. A lui subito apparve palesemente la beata Vergine, ornata di vesti preziose e fini, e così parlò: “Anch’io desidero, figlio mio, indirizzare i tuoi passi sulla via della salvezza”.
Questa visione e queste parole egli tra sé considerando, temette, come ingenua colomba, di essere tratto in fallo dall’ingannatore e nemico del genere umano. Vedutolo così dubbioso e sbigottito, ancor più benignamente la Vergine Maria disse: “Non temere, figlio: io son proprio la madre di Colui che tu adori crocifisso e da lui sono mandata per indicarti la strada della beatitudine”. A queste parole così Pellegrino rispose: “Sono pronto a seguire i tuoi comandi; ho sempre ardentemente desiderato di eseguire fedelmente i tuoi ordini (Sal 118, 20. 40. 60. 127). Tu dunque comanderai, o Regina; io pronto e volonteroso ubbidirò”. Allora rispose la gloriosa Vergine: “Conosci tu quei religiosi che sono chiamati ‘Servi di Maria Vergine’?”. E Pellegrino: “Ricordo di aver sentito da molti parlare di essi, con grandi lodi per il loro Ordine e la loro santa vita; ma ignoro del tutto ove dimorino”. E questo lo disse perché ancora a Forlì non v’era un convento dei frati Servi di Maria Vergine.
Subito Maria Vergine così riprese: “Ti chiami Pellegrino; ebbene, sarai pellegrino di nome e di fatto. È infatti necessario che t’incammini verso Siena; ivi giunto, troverai quei santi uomini intenti alla preghiera: supplicali assai, perché ti ascrivano nella loro famiglia”».

Sul dialogo tra la Vergine Maria e san Pellegrino è importante considerare quanto è stato scritto da A. Serra in chiave di rilettura spirituale e mariologica. Rimandando più specificamente alle ricerche del Serra, ricordiamo qui soltanto come questo episodio della vita di san Pellegrino e il suo successivo viaggio a Siena vengono modellati sugli episodi evangelici dell’Annunciazione (Lc 1,26-38) e del viaggio di Maria fino alla casa di Elisabetta (Lc 1,39) [2].
In questa sede invece la nostra attenzione si vuole soffermare su un altro particolare di questo episodio della vita di Pellegrino, ossia il luogo dove esso avviene. Leggiamo infatti nella Legenda che Pellegrino si reca nella “chiesa di Santa Maria della Croce” e sosta di fronte ad un “immagine della Vergine Maria”.
La tradizione e la fede dei cittadini di Forlì, indicano questi due particolari come la cattedrale di Santa Croce e l’immagine della Beata Vergine delle Grazie. Riguardo alla Cattedrale di Santa Croce, duomo di Forlì, possiamo dire che quella che vediamo ora è il risultato dei grandi lavori che portarono all’abbattimento della precedente chiesa gotica per innalzare l’attuale chiesa in gusto neoclassico. Al suo interno, oltre alla cappella santuario della Madonna del Fuoco, patrona della Diocesi forlivese, si custodiscono altre due preziose immagini mariane: quella della Madonna della Ferita e quella della Beata Vergine delle Grazie. Queste due immagini sono poste in due altari minori rispetto alla Cappella del Santissimo Sacramento, posta sul braccio destro del transetto e di fronte alla Cappella della Madonna del Fuoco [3].
Soffermiamo ora la nostra attenzione sulla cappella della Beata Vergine della Grazie. Prima dell’attuale collocazione, l’immagine era affrescata sul muro della navata che dava verso Porta Schiavonia, vicino all’entrata laterale. Nel 1690, l’immagine venne trasferita presso l’attuale collocazione e il titolo dell’altare, precedentemente indicano come “SS. Concezione di Maria” mutò in “Madonna delle Grazie”, anche se la cappella è conosciuta anche con il titolo di cappella della Canonica.
L’immagine raffigura la Vergine con il Bambino sulle ginocchio. Il bambino in piedi tende la mano destra verso la mano di una figura visibile solo parzialmente, ma riconoscibile come santa Caterina d’Alessandria. Pertanto siamo in presenza di una scena che ricorda lo sposalizio mistico di santa Caterina. Nel corso dello spostamento l’affresco ha subito delle rotture e in più parti venne ridipinto. La precarietà delle sue condizioni portarono poi ad un intervento radicale di restauro eseguito nel 1956.
Un colpo d’occhio alla cappella mostra la sua specifica dedicazione all’evento della vocazione di san Pellegrino. Si può notare come l’immagine della vergine sia sovrastata da una targa in legno dorato con la scritta “Haec Beatae Virginis Imago olim allocuta est Beatum Peregrinum” ossia “Questa Immagine della Beata Vergine un giorno parlò al Beato Pellegrino”. Al di sotto della stessa, è presente un sottoquadro settecentesco dipinto ad olio in cui viene ritratto il Crocifisso in atto di guarire san Pellegrino, copia ridotta della tela del Cantarini presente nell’abside della cappella del Santo. Alzando lo sguardo sulla piccola cupola notiamo una serie di angeli in gloria. Di questi angeli, tre sorreggono un cartiglio con la scritta “Peregrinus, Virgine suadente, se totum Christo devovit” ossia “Pellegrino, consigliato dalla Vergine, si affidò tutto a Cristo”.
Riguardo all’immagine, desta qualche perplessità l’attribuzione. L’immagine venne inizialmente attribuita a Guglielmo degli Organi, discepolo di Giotto, attivo nel secolo XIV e morto probabilmente nel 1408. Attualmente la figura e l’esistenza stessa di un autore denominato Guglielmo degli Organi è oggetto di forte revisione [4]. Si nota in particolare come nell’ambito forlivese un certo numero di opere venissero spesso arbitrariamente attribuite a questo autore. Di conseguenza l’attribuzione stessa di questo affresco risulta alquanto labile, al punto da indicarlo più genericamente come “scuola forlivese di Guglielmo degli Organi” oppure come un Anonimo emiliano del XV sec. [5]. In tempi più recenti si indica autore il pittore bolognese Orazio di Jacopo (sec. XV) [6].
Le perplessità nascono dall’inconciliabilità di date se accettiamo che l’entrata di Pellegrino nei Servi di Maria sia avvenuta tra il 1290-1295. Di conseguenza si arriva ad indicare che "non potrebbe essere questa l’Immagine che avrebbe parlato al Santo!" [7]. Personalmente, non è possibile condividere un giudizio così netto. Quantomeno bisognerebbe tener presenti alcuni elementi:
  1. anzitutto come mai la tradizione indica proprio questa raffigurazione della Beata Vergine Maria, così particolare, come l’Immagine che parlò a san Pellegrino.
  2. un altro particolare è dato dal fatto che non sarebbe neanche impossibile che l’affresco fosse ridipinto sopra un immagine precedente, continuandone la tradizione.
  3. in ultima analisi, non è ben chiaro quale tradizione e quale culto veniva reso a questa particolare immagine della Beata Vergine Maria.
L’insieme degli elementi qui elencati non ci aiuta a dire con assoluta certezza se questa sia o meno l’Immagine davanti alla quale pregò san Pellegrino. Di fronte a questo il ricercatore si ferma nel contemplare questa particolare cappella, dove i vari elementi, la targa sopra l’immagine, la riproduzione del miracolo del Crocifisso e il cartiglio sulla cupola, sono scelti non a caso per indicare che la vocazione di Pellegrino comincia davanti ad un immagine della Vergine. Ecco allora che se i dati non sorreggono la ricerca, la fede e la preghiera dei Forlivesi indicano con chiarezza il luogo dove la Beata Vergine Maria indirizzò san Pellegrino sulla via della Salvezza. E in fin dei conti, questa è la cosa più importante da conoscere.

fra Emanuele M. Cattarossi
albatrosm2013@gmail.com



[1] La Legenda originaria di Pellegrino risulta attualmente irreperibile. In questo caso si fa riferimento ad una trascrizione umanistica ad opera di Niccolò Borghese (1432-1500) redatta all’incirca nel 1483, che compendia la Legenda originaria. Per il testo latino si veda Vita beati Peregrini Foroliviensis Ordinis Servorum sanctae Mariae a Nicolao Burgensio equestri clarissimo edita, [ed. P. Soulier], in Monumenta OSM IV, p. 58-62. Una traduzione italiana a cura di P. M. Branchesi, è presente in appendice a A. M. Serra, Santorale antico dei Servi della provincia di Romagna, Bologna 1967, p. 109-119; Idem, San Pellegrino Laziosi da Forlì dei Servi di Maria (1265c.-1345 c.). Storia, culto, attualità, Ed. del Santuario di S. Pellegrino, Forlì 1995, pp. 251-260; V. Benassi, San Pellegrino da Forlì. Una speranza per i malati inguaribili, Ed. del Santuario di S. Pellegrino, Forlì 1996, pp. 237-243. Più recentemente, la stessa traduzione del Branchesi è ripresa in Fonti Storico-Spirituali OSM I, Vicenza 1998, pp. 379-386.
[2] Si veda in proposito A. M. Serra, San Pellegrino Laziosi da Forlì dei Servi di Maria (1265c.-1345 c.)… cit., pp. 74-83; Idem, La «Legenda B. Peregrini»  nella trascrizione umanistica di Nicolò Borghese (1483) in E. Peretto (a cura di), Un amico del Crocifisso e dei Sofferenti: San Pellegrino Laziosi da Forlì (1265-1345 ca.). Atti del Convegno di studio nel 650° della morte (Roma, 9-11 ottobre 1996), (Scripta Pontificiae Facultatis Theologicae Marianum 54, Nova Series 26), Edizioni «Marianum», Roma 1998, pp. 91-96; Idem, Il santo forlivese: San Pellegrino in S. Spada – F. Zaghini (a cura di), La piazza e il chiostro. San Pellegrino Laziosi, Forlì e la Romagna nel tardo Medioevo. Atti delle Giornate di studio (Forlì, 3-4 maggio 1996), Forlì 1999, pp. 64-68.
[3] S. D’Altri, Duomo di S. Croce in Forlì, Studio Costa, Bologna 2000, pp. 22.24.
[4] Si veda in proposito M. Ragozzino, Guglielmo da Forlì, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 60, Roma 2003, pp. 806-808.
[5] Si rimanda alla scheda del Catalogo della Fondazione Federico Zeri dell’Università di Bologna presente al seguente [Link
[6] S. D’Altri, Duomo di S. Croce in Forlì…, cit., p. 24.
[7] Cfr. A. M. Serra, San Pellegrino Laziosi da Forlì dei Servi di Maria (1265c.-1345 c.)… cit., pp. 216.221 [nota 72]; Idem, Il santo forlivese: San Pellegrino… cit., pp. 90-91 [nota 72]; S. D’Altri, Duomo di S. Croce in Forlì…, cit., p. 24.

mercoledì 23 aprile 2014

La "S" sbarrata [Schede per l'iconografia dello Stemma OSM]



Siena, Tavoletta di Biccherna (1457).

Riguardo allo Stemma dell’Ordine dei Servi di Maria, un filone interessante di ricerca è costituito dall’utilizzo di una S sbarrata verticalmente. Questo particolare segno indica una forma di abbreviazione.
Infatti, pur non essendo riducibile ad un unico uso, esiste un particolare tipo di S sbarrata attestata al secolo XV che abbrevia la parola “Ser” a sua volta riconducibile tra i diversi significati alla parola “Servus” ossia “Servo[1].
Certamente può apparire molto difficile far risalire con certezza l’utilizzo della S sbarrata a queste abbreviazioni. Abbiamo però nel secolo XV alcune testimonianze dell’inizio di un utilizzo di questa particolare S come stemma dell’Ordine. Particolarmente significativa è una tavoletta della Biccherna del 1457, custodita nell’Archivio di Stato di Siena, attribuita a Sano di Pietro (1406-1481) [2]. In questa tavoletta, prezioso reperto iconografico per l’Ordine dei Servi di Maria, troviamo raffigurati i due beati senesi: il beato Gioacchino sulla sinistra di chi guarda con un ramo di rose, segno di carità, in una mano e un libro chiuso; il beato Francesco, raffigurato più anziano, porta lo stelo di un giglio e un libro pure chiuso. I due beati, entrambi raffigurati con l’aureola di santi, affiancano l’emblema di una colomba all’interno di una ghirlanda, con ai piedi un libro aperto. Questa particolare raffigurazione allude alla ratifica degli accordi di pace siglati l’anno prima, relativi all’impresa del conte Iacomo Piccinino, il quale aveva invaso il territorio della Repubblica Senese su incarico di Alfonso V d’Aragona (1396-1458).
Occorre notare che il camarlengo di Biccherna nel 1457 è fra Gabbriello Mattei dei Servi, il quale oltre a far raffigurare i due beati come portatori di pace, fa raffigurare tra le “armi” o stemmi degli Otto di Biccherna e dello scrittore di quell’anno, anche quello del suo Ordine. Lo stemma è il primo partendo da sinistra: uno scudo in cui si nota una S con virgulto di giglio in campo turchino. La S è attraversata da un segno verticale con un piccolo tratto orizzontale in cima mentre termina in due radiche.
Piastra con S sbarrata. Legatura del Corale C.
Altri utilizzi della S sbarrata li troviamo sparsi nel convento della SS. Annunziata di Firenze. Compaiono in tondi di alcuni soffitti e nel chiostro grande del Convento. Tuttavia una maniera molto ben definita di questa S sbarrata la troviamo sulle coperte della serie quattrocentesca dei corali, segnati dalle lettere A-B-C-D-F.
Questo gruppo di codici compongono un liber gradualis, ossia quei libri che contenevano le parti della Messa. Essi sono i più importanti dal lato artistico quanto da quello liturgico dal momento che essendo tutti composti nello stesso tempo, ossia tra il 1471 e il 1475, rispecchiano nella loro unità, lo sviluppo della miniatura fiorentina nel periodo più importante della sua storia [3].
Questi volumi, già lungamente studiati dal punto di vista artistico [4], presentano una particolarità nelle loro legature esterne. Si nota infatti in alcuni volumi la presenza di una piastra centrale recante una S sbarrata verticalmente da un semplice segno. Questa S sbarrata risulta quindi racchiusa da giri di conchiglie, motivi polilobati, nastri intrecciati e palmette. Di conseguenza queste piastre con la S sbarrata sono importanti perché indicano attraverso un emblema riconoscibile l’appartenenza dei codici ad un convento dei Servi di Maria.
Rispetto alla S sbarrata della Biccherna senese, quella presente sui corali fiorentini risulta più semplificata in quanto non presenta le radiche terminali. Tuttavia entrambi gli esempi servono a indicare un modo molto stilizzato di Stemma dell’Ordine dei Servi di Maria. Probabilmente, a partire da questi esempi si può indicare una base da cui lo stemma si evolve e, arricchendosi, si specifica nel tempo.



fra Emanuele M. Cattarossi
albatrosm2013@gmail.com
 
Schede per l'Iconografia dello Stemma OSM
Vedi anche: Note sui sigilli dei Priori Generali dell'Ordine dei Servi di Maria




[1] A. Cappelli (cura), Lexicon Abbreviaturarum. Dizionario di Abbreviature Latine ed Italiane… Hoepli, Milano (1929). 337 e 502
[2] Archivio di Stato di Siena, Biccherna, n. 31 (cm 45x29,80). Descritta in L. Borgia – E. Carli – M.A. Ceppari – U. Morandi – P. Sinibaldi – C. Zarrilli (a cura di), Le Biccherne. Tavole dipinte delle Magistrature senesi (secoli XIII-XVIII), Le Monnier, Firenze (1984), pp. 162-163 [Tav. n. 61]; A. Tomei (a cura di), Le Biccherne di Siena. Arte e Finanza all’alba dell’economia moderna, Retablo, Roma – Bolis Edizioni, Bergamo (2002), pp. 194-195
[3] Cfr. R.M. Taucci, I Corali miniati della SS. Annunziata di Firenze in Studi Storici OSM 1 (1933), pp. 148-158.
[4] Cfr. M.G. Ciardi Duprè Dal Poggetto, I libri di coro in E. Casalini – M.G. Ciardi Duprè Dal Poggetto, L. Crociani, D.L. Bemporad (a cura di), Tesori d’Arte dell’Annunziata di Firenze, Alinari, Firenze 1987, pp. 183-296 [schede nn. 30-34]