sabato 9 maggio 2026

Beato Benincasa - La tradizione sulla sua persona di frate Servo di Maria

In occasione del VI centenario della morte del beato Benincasa, proponiamo il seguente testo di fra Lamberto M. Crociani (+2022). Lo scritto, ritrovato tra le sue carte e probabilmente composto per un occasione nel 2001, ci risulta attualmente inedito. Le revisioni effettuate e le aggiunte sono poste a parentesi quadre. Una breve nota iconografica è proposta a fondo del testo.

Testimonianze della tradizione

[Prima della revisione post-conciliale] nella lettura agiografica per l’ufficio divino del giorno 14 maggio nel Proprio dell’Ordine dei Servi di Maria si leggeva:

Benincasa, nato all’incirca nell’anno 1375 a Montepulciano, rivestì da adolescente l’abito della Vergine nell’Ordine dei frati Servi. A venticinque anni scelse per sé nel territorio senese una spelonca, situata nel contado di Monticchiello e lì condusse una vita solitaria, famoso per santità e segni contro i demoni e in favore degli ammalati, contento di un modesto cibo a lui portato da uomini pii che venivano presso di lui, che rimunerava con i suoi manufatti. Nell’anno del Signore 1426 a cinquant’anni, pieno di gloria migrò nel Regno dei cieli. Il suo corpo fu conservato nella chiesa di San Martino a Monticchiello, vicino alla quale il popolo, pieno di gratitudine, costruì un cenobio per i Servi. Dopo un gran numero di vicissitudini adesso è conservato e venerato in modo splendido nella parrocchiale di San Leonardo. Pio VIII confermò il suo culto[1].

Il testo dice che il beato visse cinquant’anni, che fin da adolescente professò nell’Ordine dei Servi di Maria come figlio del convento di Montepulciano e che trascorse la maggior parte della sua vita in uno specus, di per sé una spelonca nei dintorni di Monticchiello, dove alternava la preghiera al lavoro, con cui si guadagnava il cibo, portatogli a lui da uomini pii che lo visitavano. Inoltre, si annota la gratitudine grande degli abitanti di Monticchiello, che vollero la presenza dei Servi di Maria, costruendo per loro un piccolo monastero presso la chiesa di San Martino dove riposavano allora le spoglie del Beato.

Sicuramente la celebrazione liturgica del Benincasa è assai recente: dopo l’approvazione del culto fatta da Pio VIII nell’anno 1829[2], la lettura agiografica per i mattutini fu composta a partire dalle scarne notizie tramandate da due frati dell’Ordine, fra Paolo Attavanti e fra Michele Poccianti. Il primo dedica al Benincasa l’omilia sulle Tentazioni di Gesù (I domenica di Quaresima) nel suo quaresimale intitolato Paulina praedicabilis, pubblicato a Siena nell’anno 1494[3], anno in cui si inaugurava a Monticchiello il monastero servita costruito dagli abitanti del borgo in segno di riconoscenza per il Beato. Si ritiene che l’Attavanti attinga direttamente a tradizioni locali.

1. Quadro del beato Benincasa
nella Pieve dei SS. Leonardo e Cristoforo a Monticchiello

L’altra notizia è tramandata dal Poccianti nel suo Chronicon pubblicato nell’anno 1567: egli sottolinea in modo particolare la vita penitenziale del Beato[4], affermando di attingere allo scritto di un certo fra Francesco da Montepulciano, che ritiene essere contemporaneo del Benincasa e che attinge direttamente ad una legenda del Beato andata perduta.

I due testi hanno tra loro evidenti differenze che devono essere analizzate, ma che sostanzialmente ci offrono un’immagine unitaria del Beato: 

…Ma ora torniamo al Benincasa, figlio e veramente discepolo di un così grande padre (Filippo Benizi). A questo, non senza indicazione angelica, fu manifestato un antro tanto orribile in una valle boscosa, grandemente cava, eccezionalmente profonda e tetra, cosicché la sua visione, e ancor più l’ingresso, fa atterrire gli animi di certi eroi: qui non si può discendere se non per mezzo di una scala o di una fune.

Dista circa cinque miglia dalla grotta del Beato Filippo e si trova ugualmente nel territorio di Siena, nel contado di Monticchiello. Lì, tuttavia, in una terra deserta, impervia e senz’acqua, come fosse in cielo, gli apparve Dio, e della spelonca orribile, inaccessibile anche alle fiere, per mezzo della frequente e soave salmodia e del digiuno rese per sé quasi un paradiso di delizie quella spelonca, dove si ebbe la testimonianza di demoni che fuggivano da lui e di angeli che gli si accostavano per servirlo come il Signore Gesù. O quante volte messi in fuga, atterriti e quasi terribilmente frustati furono uditi dagli abitanti ululare gli spiriti maligni lungo la valle! Quante volte sopra la spelonca fu visto un sole celeste, quasi di angeli che illuminano a testimonianza dei doni celesti! 

Tale la testimonianza dell’Attavanti che pone il Benincasa e il Benizi in una relazione così stretta quasi da farne dei contemporanei, pur essendo vissuti in tempi assai diversi[5]. L’Attavanti ritiene che fuggirono assieme il pericolo dell’elezione al papato[6]. In effetti nella Paulina praedicabilis si legge che ambedue, udite le pericolose novità sull’elezione del Sommo Pontefice, stabilirono di andare in un eremo per nascondersi[7]. Per alcuni storici dell’Ordine questo accostamento voluto dall’Attavanti, che non offre una cronologia della vita del Beato, fa sorgere il dubbio che il predicatore abbia identificato il Benincasa col beato Pangino di Benincasa, che secondo il Giani[8] fu accolto nell’Ordine dal beato Bonaventura da Pistoia durante uno dei suoi priorati a Montepulciano, per cui non potrebbe essere identificato col beato di Monticchiello[9]. Ma è certo che Pangino entrò nell’Ordine alcuni anni dopo la morte di Filippo. Resta, comunque, non chiaro chi sia il Benincasa, cui fra Paolo Attavanti si riferisce.

Il Poccianti nel suo Chronicon così tratta del Beato: 

Se sono sicure le testimonianze del R. P. M. Cosimo da Firenze, tra gli altri santi uomini che decorarono la Religione di virtù e ottimi costumi, c’è il Beato Benincasa da Firenze, servo fedele e prudente della Vergine. Questi, quando era ancora un bambino, ascoltando un predicatore, che spiegava le parole: È bene per l’uomo se avrà portato il giogo fin dalla sua adolescenza, subito, lasciando tutto, si sforzò di difendersi con l’elmo verginale contro le tentazioni del diavolo, del mondo e della carne: con questo, poi, superò virilmente tutte le frecce dei nemici.

Pertanto, per poter fare ciò più comodamente, a venticinque anni, partì per il Monte Amiata, nel luogo in cui il Beato Filippo fece penitenza, e costruendo una cella nella roccia dell’arduo monte, chiusa e serrata la porta, si afflisse in una grande astinenza, offrendo sé stesso da vedere a coloro che venivano soltanto attraverso una finestra, e non permettendo affatto alle donne di vederlo e ascoltarlo.

Se contro di lui faceva lotta lo spirito della fornicazione, pregava il Signore di non allontanare la battaglia, ma di donargli la fortezza. Se era ammalato, non permetteva che nessuno gli si avvicinasse, dicendo: «Mi è stato posto vicino il fuoco per togliere la ruggine». Se dalle persone che gli si avvicinavano veniva a lui offerta un’elemosina, non voleva prenderla; ma accontentandosi di un boccone di pane e di poca acqua, diceva: «Il nostro nemico è vinto più facilmente da coloro che nulla possiedono». Così piuttosto donava oggetti fabbricati con le proprie mani a coloro che gli somministravano gli alimenti necessari. Liberò col solo segno della Croce alcuni vessati dagli spiriti che venivano a lui portati. E, bevendo gli infermi l’acqua da lui benedetta, furono restituiti alla salute.

Così scrisse un certo padre Francesco da Montepulciano in lode di quest’uomo.

Questo, dopo che perseverò in questa vita fino a cinquanta anni, alla fine per comando del Generale si portò nel monastero di Monticchiello: lì in questo anno gloriosamente raggiunse i regni celesti. Alla sua morte furono udite voci angeliche e fu concessa la salute ai malati e a quanti colpiti da diverse infermità toccavano il suo corpo. Le sue ossa riposano in modo onorifico nella chiesa del popolo del borgo. 

Anche per il Poccianti Benincasa è un anacoreta, che vive lontano dagli uomini, che accoglie, quando si presentano a lui per una necessità, escludendo del tutto dalla sua compagnia le donne. Anche il Poccianti riconosce che la scelta del luogo di reclusione volontaria è dettata dall’amore per San Filippo e pone la sua residenza sull’ Amiata. L’arrivo a Monticchiello sarebbe legato solo alla sua morte per ordine del Priore generale: ma si ricordi che all’epoca non esisteva un monastero servita nel borgo.

La sua santità è semplice: il Beato si contenta di poco, è capace di lottare con l’aiuto di Dio, che offre a lui la certezza della vittoria, ama la povertà, si guadagna il cibo con le sue mani.

Le divergenze tra i due autori sono evidenti, ma sostanzialmente essi descrivono – sia pure con moduli diversi – la stessa persona, tanto da far pensare a una fonte comune rielaborata poi in modo diverso.

La patria

Se l’Attavanti tace sul luogo di nascita del Beato, il Poccianti, riprendendo dal catalogo dei Santi e Beati dell’Ordine composto da Cosimo Favilla indica quale luogo di nascita Firenze. La testimonianza più antica in nostro possesso, però, lo dice di Montepulciano[10]: il codice è scritto nell’anno 1495 da un Fiorentino.

Sappiamo anche che l’Attavanti, quando scrive di qualche frate originario di Firenze, lo specifica sempre, mentre del nostro non offre nessuna indicazione topografica per la sua nascita e afferma che era professo del monastero di Montepulciano. Le Costituzioni Antiche dell’Ordine sostengono obbligo per ciascuno frate di entrare nel monastero più vicino al suo luogo di nascita e per questo emettere la professione[11].

2. Santino devozionale sul beato Benincasa

Tutte le testimonianze tramandate su di lui legano la sua vita al territorio di Montepulciano, all’Amiata e a Monticchiello, senza alcun riferimento a Firenze: la sua stessa biografia più antica sembra scritta da un fra Francesco di Montepulciano. Solo Cosimo Favilla, la cui testimonianza è accolta in modo assai dubbioso dal Poccianti, sostiene nell’anno 1511 che il Beato è un Fiorentino[12], che ha trascorso tutta la sua santa vita in Firenze. Il Poccianti, tenendo conto dei luoghi tramandati dalla tradizione sulla vita del Benincasa, non può fare a meno di riportare la testimonianza di fra Cosimo, aggiungendo se è possibile accettare la sua notizia biografica.

A convalidare questa ipotesi sul luogo di nascita stanno gli Spogli Tozzi[13], che non citano mai il Beato come frate vissuto nel monastero fiorentino. Pertanto, si deve accettare la tradizione consolidata che lo vuole Poliziano: nato nel borgo o almeno nel contado di Montepulciano. 

La vita

Abbiamo visto dalle testimonianze dell’Attavanti e del Poccianti che il Beato entrò nell’Ordine adolescente, che significa almeno nell’età stabilita dalle Costituzioni, che per l’epoca era fissata a quindici anni. Se morì a cinquant’anni significa che ne trascorse trentacinque tra i Servi di Maria. La data tradizionale della morte è fissata nell’anno 1426, pertanto nacque negli anni Settanta del secolo XIV.

L’Attavanti, pur descrivendo la vita di un recluso volontario, applica alla vita del Beato tutti gli elementi tipici della vita comune. Pertanto, prendendo le mosse dal Salmo 62[14], fa della grotta del Benincasa un coro luminoso, dove la melodia della salmodia e il digiuno sponsale divengono le caratteristiche peculiari dell’asceta, che così sconfigge gli assalti del Nemico. Come il Signore nel deserto, così Benincasa nel suo ritiro abbatte l’assalto del Demonio con la forza della Parola del Signore: allora gli Angeli lo servono nel suo digiuno.

Il Poccianti, da parte sua, ne fa uomo in continua lotta contro lo Spirito del male, uomo che non ricusa la battaglia, ma che con umiltà e fiducia si affida domanda l’aiuto permanente del suo Signore.

Sempre il Poccianti – forse in contrasto con il movimento dell’Osservanza[15] – il Beato di Monticchiello contento di poco cibo e poca acqua: quanto egli riceve da pii uomini lo paga con i suoi manufatti, perché secondo la natura della vita dell’Ordine il cibo va guadagnato col proprio lavoro. La sua povertà è radicale perché in questo modo si può sconfiggere meglio gli assalti dell’avversario.

La dipendenza degli altri autori che successivamente hanno scritto dai due finora citati non permette di recuperare altre notizie sulla sua vita[16]. Sicuramente le caratteristiche sono quelle del recluso. 

La morte

Due tradizioni diverse stanno in relazione alla sua morte. L’ Attavanti lo vuole morto nel suo eremo e la morte risulta accompagnata da numerosi prodigi: il primo quello delle campane di Monticchiello, Montepulciano, Corsignano, Monte Follonico, Chianciano, San Quirico, Montalcino, Sartiano e altri luoghi, che spontaneamente suonano per dare l’annuncio a tutti gli abitanti della zona, che corrono alla grotta e costatano il decesso del Beato.

La seconda testimonianza, diversa dalla prima, è quella riportata dal Poccianti: sarebbe stato il Priore generale a ingiungere al Beato di lasciare l’eremo dell’Amiata, dove si trovava da venticinque anni, per andare nel monastero di Monticchiello, e qui, quasi immediatamente, Benincasa sarebbe morto. Sappiamo, però, che il monastero di Monticchiello non fu edificato fino all’anno 1494 e che fu costruito dai Monticchiellesi grati al Beato, perché i Servi custodissero il suo corpo, che si trovava nella chiesa di San Martino.

Gli storici ritengono autentica la tradizione riportata dall’Attavanti, che pubblica nell’anno di apertura del monastero monticchiellese e che attinge quasi sicuramente a tradizioni locali, rispetto alle notizie del Poccianti, che scrive del Benincasa nel 1567 quando ormai gli abitanti di Monticchiello della generazione che ha fatto erigere il monastero sono morti e la presenza permanente in San Martino del corpo del Beato aveva fatto già sorgere una nuova tradizione sul rientro dall’eremo, imposto dal Generale ed accolto con profonda obbedienza dall’uomo di Dio. La scarsità delle notizie storiche sulla sua morte ci rimanda meglio alle circostanze descritte dall’Attavanti.

Certo il grande concorso di popolo, preveniente dai diversi borghi vicini, così come lo descrive l’Attavanti, dice la fama di cui con la vita di penitenza fra Benincasa si era circondato. La notizia del Poccianti sui visitatori che vanno alla grotta per essere guariti o per portare cibo, rivela sempre la grande realtà che, se la contemplazione non è legata al servizio dei fratelli e alla comunione con loro, è fine a sè stessa, dunque sterile. Nel Benincasa la vita di preghiera e di silenzioso ascolto del Signore si ritma pertanto con l’esperienza di comunione con i fratelli e col lavoro, secondo la più genuina tradizione monastica. Non a caso nell’attuale liturgia delle ore propria dell’Ordine per la memoria del Benincasa si legge la lettera 125 di Girolamo a Rustico[17] dove tutte queste realtà sono viste come l’unica possibilità di tendere pienamente al Signore. 

3. Incisione sul beato Benincasa nel Marianischer Lust und Blumen Gartner (1697)

La fama che il Beato aveva avuto da vivo, non si spegne con la morte, anzi i prodigi che l’accompagnano la accrescono fino al punto di rendere luogo di culto l’eremitaggio da lui abitato in vita: ma anche su questo eremitaggio si pongono nuovi problemi. Dopo poco tempo dalla sua morte inizieranno infatti visite alla grotta da lui santificata e le diverse popolazioni vi si recarono fin dall’età più antica processionalmente e in modo solenne nel giorno della sua festa. E qui secondo gli storici si pone il problema, perché la grotta dove Benincasa visse si trovava sul Monte Amiata. Pertanto, per averla più vicina, sorgerà anche un’altra tradizione, per cui il Beato, venuto a Monticchiello verso la fine della sua vita, si trovò una nuova grotta, più simile ad una tomba che ad una abitazione e qui si rinchiuse per continuare la sua esperienza di anacoreta. Così nascerà il ricordo di un nuovo soggiorno a Monticchiello, oltre che sull’Amiata, di cui gli autori antichi non hanno mai lasciato testimonianza, che divenne espressione viva della tradizione popolare e che nel secolo XIX entrerà nelle letture dell’ufficio divino.

Tale tradizione potrebbe aver origine da quanto il Poccianti sostiene, che a cinquanta anni il Beato fu costretto dal Priore generale a lasciare il suo eremo sull’Amiata e recarsi nel monastero, allora, inesistente di Monticchiello. È comunque difficile poter stabilire come ambedue le tradizioni si siano venute formando. 

Benincasa e Filippo Benizi

Esiste tanto nell’Attavanti quanto nel Poccianti una evidente relazione tra il beato Benincasa e San Filippo Benizi. Nel primo essi sono uniti nella fuga dalla possibile elezione al pontificato romano: 

Quando, essendo vacante la Sede Apostolica, nel concistoro si trattava del pontificato da conferire al Beato Filippo Benizi, cittadino di Firenze, generale della religione dei Servi, , allora esimio tra i fisici, maestro e padre spirituale di questo Benincasa, per la sua fama di santità che dovunque risuonava,  ambedue, Filippo e Benincasa, udite le pericolose novità del sommo pontificato, , illuminati dal sole fulgente dell’amore superno, consultato anche in precedenza l’oracolo divino mediante fervide orazioni, decisero di disprezzare il mondo e di andare ad abitare in un eremo. Per cui, grazie all’assenso divino, avvenne che Filippo trovò presso i Bagni Senesi una grotta secondo il suo desiderio nascosta nel bosco e vi entrò e per la salute degli ammalati e di coloro che accorrevano a lui come a medico salutare dei corpi e delle anime, con la forza della preghiera, ritrovò, su indicazione angelica, bagni di acque bollenti che salivano fino al cielo, che infatti sono chiamate da tutti i fisici Bagni di San Filippo, per il fatto che egli li aveva scoperti…[18]. 

I due frati sono così strettamente uniti insieme che Benincasa è detto discepolo e figlio spirituale di Filippo. Ora, come detto sopra, si potrebbe qui pensare che si tratti del beato Pangino di Benincasa, ma la descrizione che segue del Beato con la sua sepoltura nella chiesa di San Martino a Monticchiello non lascia ombra di dubbio nel comprendere che si tratti del nostro Beato vissuto oltre un secolo dopo la morte del Benizi avvenuta nell’anno 1285.

Il Poccianti, poi, identifica il luogo dell’eremitaggio di Filippo con quello del Benincasa, dovendosi pensare pertanto ad un momento in cui il nostro Beato si ritirò presso bagni San Filippo.

Il problema è comprendere per quale motivazione i due frati già all’epoca dell’Attavanti sono stati uniti assieme fino a causare una confusione temporale, che porta i due i due uomini di Dio così distanti biograficamente tra loro a diventare due contemporanei.

Un dato può essere sicuro: la vita contemplativa – e se si vuole eremitica – è caratteristica propria dell’Ordine dei Servi di Maria. Fin dalle origini l’Ordine è contrassegnato non solo dalla sua nascita in Firenze a Cafaggio (attuale SS. Annunziata) ma anche dalla permanenza sul Monte Senario, sia pure condizionata dagli eventi politici. Si deve notare anche che contrariamente alle scelte dei Mendicanti di costruire conventi in città, i monasteri serviti non si trovano in origine dentro le mura cittadine, ma fuori da queste per essere nello stesso tempo vicini allo spazio urbano e purtuttavia garantirsi un margine di solitudine e silenzio indispensabili alla vita monastica.

L’unione dei due potrebbe, forse, essere così ipotizzata. Il grande desiderio di Filippo, entrato nel monastero di Cafaggio come converso e poi costretto a divenire frate, presbitero e infine Priore generale, fu sempre quello del ritiro in quella solitudine, che fu l’ideale realizzato dal Benincasa. Ambedue, di per sé hanno tratti comuni oltre all’amore per il silenzio e la contemplazione: sono uomini accoglienti nei confronti di coloro che stanno nella necessità, veri medici dell’uomo ammalato, contenti del poco, strenui lottatori contro la tentazione, pieni di fiducia in Dio, ambedue morti in estrema povertà, ambedue operatori di prodigi dopo la morte. Questi elementi li rendono molto simili, anche se uno dovette sopportare il gravoso impegni del Priorato generale e l’altro, invece, riuscì a realizzare il suo irresistibile desiderio di solitudine e contemplazione.

La fine del secolo XV e il XVI, che vedono l’Ordine in permanente confronto con la congregazione degli Osservanti e il desiderio di questa di tornare alla primitiva esperienza delle origini, anche se in effetti ne era molto lontana, spingono forse i frati non osservanti a riproporre la vita di un fratello santo vissuto tra il XIV e il XV secolo in un rapporto stringente con Filippo, uomo delle origini travagliate dell’ ordine per dimostrare la continuità e la fedeltà agli ideali e alla vita dei Padri. 

 La testimonianza della liturgia

Ancora negli uffici propri dell’Ordine dei Servi di Maria pubblicato a Ratisbona nell’anno 1891 non compare l’ufficio del Beato Benincasa[19]: al giorno 11 troviamo assegnato il Doppio della Conversione di Sant’ Agostino[20] e per il giorno 14 maggio troviamo il Doppio di San Stanislao, che si celebra secondo il giorno corrispondente nel Breviario Romano[21].

Solo nel secolo XX entrerà l’ufficiatura del Beato nel Proprio[22]: si tratta di un Doppio con pochissime parti proprie il resto viene dal comune dei Confessori non Pontefici. Le parti proprie dei versetti e delle antifone sono tutti testi sapienziali[23] e le tre letture biografiche del secondo notturno hanno come fonte l’Attavanti e il Poccianti. Riportiamo qui la seconda lettura che riporta il passaggio dall’Amiata della tradizione più antica alla spelonca di Monticchiello della tradizione più recente: 

Sebbene si sforzasse di nascondersi a tutti con grandissima attenzione, tuttavia la fama della sua santità si era divulgata: pertanto una folla di popolo andava da lui con così grande successo, che ciascuno riceveva un sollievo nelle proprie difficoltà grazie alle sue parole e ai suoi consigli. Temendo però di essere attratto da questa vana gloria del mondo, decise di ritirarsi altrove. Pertanto, dirigendosi al borgo di   Monticchiello nella diocesi di Pienza, non lontano da qui, trovata una spelonca, che aveva la forma di un sepolcro, piuttosto che di una cella, la quale resta a tutt’oggi e per la venerazione del Beato è visitata di frequente, in questa si nascose. Qui anche trascorse la vita nell’assidua contemplazione delle realtà divine e nella macerazione molto aspra del suo corpo. 

La lettura agiografica riprende, pertanto, la tradizione più recente della quale si è parlato sopra, spiegando in tal modo la frequenza a questo luogo da parte degli abitanti della regione. Molto interessante è la forma della grotta: chi la scelse forse non era più capace di offrirne una visione «misterica», ma certo nell’inconscio popolare, che mai è da disprezzare, si vuole ricollegare la realtà ascetico-monastica alla stessa realtà battesimale di morte e risurrezione per essere assimilati al Signore Risorto. Coerentemente con questa scelta e con questo significato della grotta nella terza lettura del secondo notturno si tratta delle opere, quelle battesimali, appunto, che fra Benincasa compiva mediante le guarigioni.

Se pure si afferma qui che Pio VIII ne confermò l’Ufficio divino e la Messa, non si hanno testimonianze per il secolo XIX. Qui la festa è collocata al giorno 11 maggio.

L’ultimo Proprio prima dell’attuale riporta ancora come Ufficio di III classe il Beato Benincasa e lo colloca il giorno 14 maggio[24]. Già la struttura del giorno liturgico è modificata, quindi non abbiamo più il vespro, i mattutini e le lodi, ma prima il mattutino, poi le lodi e il vespro. Tutto si riprende dal comune dei Confessori non pontefici eccetto la terza lettura del notturno il versetto e l’antifona delle lodi e quelle del vespro.

La lettura dell’ufficio riporta il testo collocato all’inizio di questo nostro lavoro: è scomparso il ricordo della vita eremitica sull’Amiata per fare di Monticchiello il centro dell’esperienza del Beato e si ricorda qui che i Monticchiellesi hanno voluto vollero un cenobio dei Servi di Maria per la gratitudine nei confronti del Benincasa. Il resto dell’ufficio è simile al precedente con la variante dell’orazione, ora più ricca di contenuti rispetto all’altra: 

Dio, che sull’esempio del tuo Figlio, hai condotto il Beato Benincasa, tuo Confessore, ad una vita di aspra solitudine, concedi, ti preghiamo, che, grazie alla preghiera e alle opere di penitenza, si allontanò da noi ogni ardore profano. 

Centro di tutto l’ufficio resta ancora la vita anacoretica che il Beato ha condotto per venticinque anni, in assoluta solitudine: fatto che resta assai strano, se pensiamo alla tradizione cenobitica fortissima dell’Ordine dei Servi di Maria. 

4. Affresco del beato Benincasa di Luigi Ademollo (1764-1849)
nella cappella dell'Assunzione, SS. Annunziata (Firenze)

L’ultimo Proprio colloca ancora al giorno 11 maggio il Benincasa, facendo della sua celebrazione una memoria facoltativa[25]. Per le parti che non si riprendono dal giorno corrente, soprattutto il salterio con le antifone, il versetto dell’ufficio di lettura e la lettura biblica, si manda al Comune dei Santi e Beati dell’Ordine o al Comune dei Santi uomini, per i Religiosi, della liturgia delle Ore del rito romano. La lettura patristica è tratta, come si è detto sopra, dalla Epistola 125 di Girolamo a Rustico, ma può essere sostituita da una pagina biografica che unisce assime con diverse citazioni dirette i testi dell’Attavanti e del Poccianti. Si fa propria la tradizione antica dell’eremitaggio sul Monte Amiata ancora con il riferimento alla tradizione del Benizi. Di Monticchiello si parla solo in relazione alla morte senza, però, spiegare il passaggio da una zona all’altra, che pur in qualche modo ci deve essere stato. Interessante che rispetto alla lettura biografica in una nota al testo dell’edizione tipica si afferma che il Benincasa fu per anni eremita a Monticchiello[26].

L’attuale ufficiatura pone in rilievo più che la penitenza il lavoro, proprio per il testo di Girolamo proposto. Molto bene dice l’autore del commento al testo dell’edizione: «Se negli ambienti monastici del secolo V si discute e si polemizza spesso sulla questione del “lavoro manuale”, essa riaffiora periodicamente nella storia del monachesimo: tenuto in minor conto nelle epoche di decadenza, il lavoro manuale è rivalutato nei periodi di riforma degli istituti monastici e ogniqualvolta il monachesimo riflette sulla sua identità»[27]. E più avanti: «L’umile eremita di Monticchiello e ‘erudito monaco di Betlemme si incontrano –salve le debite proporzioni- soprattutto in un punto: nella radicale scelta di Cristo, cercato in operosa solitudine e nell’amore per il lavoro»[28].

In sé tutto il percorso delle ufficiature che conosciamo ripropone da angolature diverse, il medesimo cammino sapienziali che deve caratterizzare tutta la vita monastica. 

Benincasa oggi

Come Chiesa che vive nella storia non possiamo certo fermarci a guardare al passato in modo sterile, magari lamentandoci che quei modi di non esistono più. Ogni tempo ha espresso il suo modo di vivere l’unica ricerca di Cristo ed ogni tempo offre oggi lezioni di vita molto importanti, ma solo se calate nella realtà attuale.

Il nuovo proprio, sottolineando l’aspetto peculiare del lavoro, piuttosto che la vita penitenziale, che tanto di moda era lodare nei secoli passati, ripropone almeno due aspetti importanti. Innanzi tutto, la ripresa del n. 21 della Legenda de Origine Ordinis, che ricorda come il culto a Dio non è legato alla celebrazione liturgica[29]. Questa può esistere ed è vera soltanto se la vita quotidiana nelle sue scelte e nei suoi impegni è espressione della profezia, regalità e sacerdozio cui la Cresima ci ha abilitato. Pertanto, quello che si guarda nel Beato è la vita, che nella solitudine contemplativa, diviene espressione di servizio al fratello ammalato e soffrente. Questo rende vero e autentico il modo di contemplazione penitenziale.

L’atro aspetto è il lavoro, sempre tipico nella vita dell’Ordine, e che oggi è ancor più radicalmente ribadito dalle Costituzioni al n. 3, al n. 56 e 57. Attraverso questo il frate partecipa alla realtà tipica di tutti gli uomini, collaborando così all’opera della creazione e associandoci all’opera redentivi di Cristo. Il pane quotidiano deve essere sempre e solo il frutto del lavoro dei frati. Il Benincasa rifiuta ogni dono per mangiare e, contento di poco, se lo acquista, secondo la più antica tradizione monastica, con i suoi manufatti.

La vita contemplativa del beato ci ripropone in questo tempo frenetico l’urgenza di recuperare il silenzio, la capacità dell’ascolto, e soprattutto in mezzo alla frenesia del quotidiano, per cui l’uomo spesso si lascia vivere, la vigilanza, capacità di restare desti e di saper leggere la lezione della storia e del quotidiano alla luce della Parola di Dio, l’unico indispensabile che resta al di là delle tante vuote parole che ogni giorno pronunciamo e ascoltiamo.

I Santi sono uomini che inquietano perché, mentre all’uomo della strada sembra che siano fuori del mondo, con la loro vita ci dicono invece non solo che cosa è il modo, ma anche il modo in cui è necessario affrontare la realtà quotidiana.

Il tentativo di purificazione della memoria che l’agiografia da anni sta compiendo non è atto irriverente nei confronti di tradizioni orali, che spesso hanno stravolto la vita dei Santi. Questa purificazione vuole tornare all’essenziale, alla proposta concreta, priva di ogni “sovrannaturale” per fare del santo il fratello e il compagno di strada.

Benincasa allora torna a condividere con noi il lavoro, la gioia e la sofferenza per mostrare con la sua vita quotidiana l’unica via che conduce a Cristo, il Santo di Dio.

 fra Lamberto M. Crociani (+ 2022)


Nota iconografica (a cura di fra Emanuele M. Cattarossi)

Nell'iconografia del beato Benincasa, il tema ricorrente è dato dalla figura del beato in preghiera all’interno della grotta dove si ritirò per lunghi anni. Su questa linea annoveriamo anzitutto una tela presente nella Chiesa Parrocchiale di Monticchiello (figura 1). Nel quadro viene raffigurato il beato Benincasa vestito dell'abito dei Servi, scarno e macilento in volto con le mani in atto di preghiera e lo sguardo volto al Cristo crocifisso. Lo sfondo è rappresentato da una grotta, segno del ritiro del beato con una delle aperture che mostra parte di cielo e un borgo in lontananza, probabilmente Monticchiello.

Come tema, la solitudine nella grotta viene ripresa spesso in incisioni a partire dal Settecento, codificando la raffigurazione più conosciuta. Vi viene raffigurato il beato Benincasa inginocchiato con lo sguardo volto al Cristo crocifisso, scarno e macilento in volto, con le mani incrociate sul petto in atto di preghiera (figura 2).

Emergono comunque alcune particolari variazioni tematiche. Una particolare raffigurazione del beato Benincasa la troviamo nelle incisioni austriache del Marianischer Lust und Blumen Gartner (1697)[30]. Sotto l’incisione dedicata al beato, numerata come 31, si legge “Beatus Pater Benincasa florentinus Ordinis Servorum beatae Mariae virginis. Autum, quo nisi per schalam descendere ullus liceret, ingressus, vitam quasi angelicam duxit, daemonesque tentates, saepe ab ipso verberati et fugati, ab incolis auditi fuerunt. victor coelum ingressus 9 maij 1425" (figura 3).
La raffigurazione possiede un particolare dinamismo in quanto il beato è ritratto mentre scaccia con un frustino nella mano destra alcuni demoni, posti in alto a destra dell'incisione. Dietro al beato, la grotta dove si rifugio in solitudine con una croce a doppia traversa – con un ritratto ovale probabilmente della Madonna – al centro.

Altrettanto curioso è un affresco del XIX secolo di Luigi Ademollo, nella cappella dell’Assunzione della SS. Annunziata di Firenze, probabilmente realizzato dopo la beatificazione. Osserviamo meglio la figura del Benincasa (figura 4). Il beato è in piedi, eretto, con le braccia lungo i fianchi. Lo sguardo è rivolto verso l’alto a contemplare idealmente la Vergine Assunta del vicino quadro del Perugino. Al centro della figura del beato, proprio sopra il cappuccio, brilla qualcosa. Pare come se il cuore del beato brilli come un sole, come se il beato porti dentro di sé un fuoco, forse in probabile richiamo ai testi della sua tradizione.



[1] Proprius Ordinis Fratrum Servorum B. Mariae Virginis, pars prior, Marietti 1964, p. 109.

[2] Si noti che l’approvazione non deve aver inciso a livello di ufficiatura per tutto l’Ordine: cf L. Crociani, Libri liturgici e devozioni dei Servi nell’ Ottocento, in E, Casalini – L. Crociani, Il Santo di Viareggio Antonio M. Pucci dei Servi di Maria,  (Biblioteca della Provincia Toscana dell’Ordine dei Servi, Colligite 9), Firenze 1994, pp. 145-242.

[3] Fratris Pauli Florentini, Paulina praedicabilis, in Monumenta OSM, XI, pp. 118-119.

[4] Michael Poccianti, Chronicon rerum Ordinis Servorum B. M. V., in Monumenta OSM, XII, pp. 75-76.

[5] San Filippo Benizi, quinto Priore generale dell’Ordine dei Servi di Maria, muore al vespro del 22 agosto 1285 nel convento di Todi.

[6] Cf Legenda B. Philippi, in Monumenta OSM, II, pp. 75-76 (n. 16): il luogo dove la tradizione vuole essersi ritirato Filippo per sfuggire all’elezione è Bagni di San Filippo sull’Amiata. L’Attavanti è l’unico autore dell’Ordine che lega i due in relazione a questo evento.

[7] Paulina praedicabilis, in Monumenta OSM, XI, p. 117.

[8] Annales OSM, I, p. 162.

[9] Cfr Studi Storici dell’Ordine dei Servi di Maria, 15 (1965), Uffici e Messe proprie dei Santi e Beati OSM, testo ufficiale con note critiche e bibliografia, p. 125. L’autore del breve studio sul Benincasa, ancora celebrato il 14 maggio, mentre oggi nell’Ordine si celebra l’11 dello stesso mese, è Franco Andrea Dal Pino. [Vanno peraltro ricordati anche i contributi di A. Serra, Benincasa da Montepulciano, beato, in Bibliotheca Sanctorum, II, col. 1238-1241; C. Natali, Benincasa, in Dizionario biografico degli Italiani, VIII, pp. 515-516 (https://www.treccani.it/enciclopedia/benincasa_(Dizionario-Biografico)/ consultato 9.5.2026); G. M. Roschini, Galleria Servitana…, Roma 1976, p. 79.]

[10] Cfr. Monumenta OSM, VI, p. 118 (n. 16).

[11] Monumenta OSM, I, p. 40.

[12] De origine Ordinis Servorum Beatae Mariae Virginis, in Monumenta OSM, XI, p. 163: …segue il Benincasa, uomo così chiamato dai suoi genitori, il quale, essendo nato nella città di Firenze, in questa visse a lungo in modo integerrimo.

[13] Il Tozzi segna in due volumi (A e B) le spese fatte per i novizi e i frati del convento di Firenze lungo il corso di moltissimi anni, anche quelli della vita del Benincasa che non vi compare mai. Gli Spogli sono oggi conservati nell’Archivio Storico dell’Ordine a Roma.

[14] In terra deserta, arida et inaquosa sic in sancto apparui tibi: il testo esprime il desiderio profondo di ricerca del Signore, bene pertanto si applica alla vita di un anacoreta.

[15] L’Osservanza è un movimento di riforma che si richiama alle origini e che dai primissimi anni del secolo XVI interessa tutti gli Ordini antichi. Tra i Servi di Maria tale movimento riformistico inizia attorno al primo quarto del 1400 e dura fino oltre la metà del secolo seguente. L’Osservanza servita, oltre le caratteristiche comuni con gli altri Ordini, accentua l’aspetto della mendicità, che non fa parte della tradizione monastica dei Servi di Maria.

[16] Cfr. per es.: Giacomo Tavanti, Beati e Beate dell’ordine dei Servi di Maria (1581), in Monumenta OSM, XI, pp. 192-193.

[17] Epistola CXXV, 11, 20, in CSEL 56, pp. 129-131. 142.

[18] Monumenta OSM, XI, p. 117.

[19] Officia propria Sanctorum Ordinis Servorum B, Mariae V., Typis Friderici Pustet, Ratisbonae 1891.

[20] Idem, pp. 103*-113*.

[21] Idem, p. 113*.

[22] Cf per es. Officia propria Sacri Ordinis Servorum B. Mariae Virginis, R.mi P. Mag. Alphonsi M. Benetti ejusdem Ordinis Prioris generalis, Typis Polyglottis Vaticanis 1952, pp. 143-145.

[23] Ai primi Vespri: V. Il Signore lo amò e lo adornò, alleluia. R. Lo rivestì dell’abito della gloria, alleluia. Ant. al Magn.: Lo paragonerò all’uomo sapiente, che edificò la sua casa sulla roccia, alleluia. Alle lodi: V. Il Signore condusse il giusto per la retta via, alleluia. R. E manifestò a lui il regno di Dio, alleluia. Ant. al Ben.: Rallegrati, servo buono e fedele, che sei stato fedele nel poco, ti costituirò sopra molte realtà, entra nella gioia del tuo Signore, alleluia.

[24] Proprium Officiorum Ordinis Fratrum Servorum B. Mariae Virginis, pars prior, Marietti 1964, p. 109.

[25] Liturgia Horarum. Proprium Officiorum Ordinis Fratrum Servorum Beatae Mariae Virginis, I, Menses December-Maius, Editio Typica, Romae 1977, pp.171-174.

[26] ibidem, p. 174.

[27] ibidem, p. 173.

[28] ibidem, p. 174.

[29] Monumenta OSM, t. I, p. 76.

[30] Si veda in proposito P. M. Branchesi - D. M. Montagna. – Immagini del Santorale dei Servi tra sei e settecento. La grafica austriaca, Studi Storici OSM 34 (1984), pp. 207-338. L’incisione del beato Benincasa è a p. 275.


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