mercoledì 30 aprile 2014

La Madonna di San Pellegrino [Schede per l'agiografia OSM]



L'immagine della B.V. delle Grazie nel Duomo di Forlì
Riguardo a san Pellegrino Laziosi uno dei passaggi più interessanti della sua Legenda [1] è sicuramente costituito dall’episodio della sua vocazione. Leggiamo così al punto 2:

«[Pellegrino] un giorno si recò alla chiesa di S. Maria della Croce. Essendosi intrattenuto piuttosto a lungo, in atteggiamento devoto, innanzi all’immagine della Vergine Maria, la supplicò infine perché si degnasse di mostrargli la via della sua salvezza. A lui subito apparve palesemente la beata Vergine, ornata di vesti preziose e fini, e così parlò: “Anch’io desidero, figlio mio, indirizzare i tuoi passi sulla via della salvezza”.
Questa visione e queste parole egli tra sé considerando, temette, come ingenua colomba, di essere tratto in fallo dall’ingannatore e nemico del genere umano. Vedutolo così dubbioso e sbigottito, ancor più benignamente la Vergine Maria disse: “Non temere, figlio: io son proprio la madre di Colui che tu adori crocifisso e da lui sono mandata per indicarti la strada della beatitudine”. A queste parole così Pellegrino rispose: “Sono pronto a seguire i tuoi comandi; ho sempre ardentemente desiderato di eseguire fedelmente i tuoi ordini (Sal 118, 20. 40. 60. 127). Tu dunque comanderai, o Regina; io pronto e volonteroso ubbidirò”. Allora rispose la gloriosa Vergine: “Conosci tu quei religiosi che sono chiamati ‘Servi di Maria Vergine’?”. E Pellegrino: “Ricordo di aver sentito da molti parlare di essi, con grandi lodi per il loro Ordine e la loro santa vita; ma ignoro del tutto ove dimorino”. E questo lo disse perché ancora a Forlì non v’era un convento dei frati Servi di Maria Vergine.
Subito Maria Vergine così riprese: “Ti chiami Pellegrino; ebbene, sarai pellegrino di nome e di fatto. È infatti necessario che t’incammini verso Siena; ivi giunto, troverai quei santi uomini intenti alla preghiera: supplicali assai, perché ti ascrivano nella loro famiglia”».

Sul dialogo tra la Vergine Maria e san Pellegrino è importante considerare quanto è stato scritto da A. Serra in chiave di rilettura spirituale e mariologica. Rimandando più specificamente alle ricerche del Serra, ricordiamo qui soltanto come questo episodio della vita di san Pellegrino e il suo successivo viaggio a Siena vengono modellati sugli episodi evangelici dell’Annunciazione (Lc 1,26-38) e del viaggio di Maria fino alla casa di Elisabetta (Lc 1,39) [2].
In questa sede invece la nostra attenzione si vuole soffermare su un altro particolare di questo episodio della vita di Pellegrino, ossia il luogo dove esso avviene. Leggiamo infatti nella Legenda che Pellegrino si reca nella “chiesa di Santa Maria della Croce” e sosta di fronte ad un “immagine della Vergine Maria”.
La tradizione e la fede dei cittadini di Forlì, indicano questi due particolari come la cattedrale di Santa Croce e l’immagine della Beata Vergine delle Grazie. Riguardo alla Cattedrale di Santa Croce, duomo di Forlì, possiamo dire che quella che vediamo ora è il risultato dei grandi lavori che portarono all’abbattimento della precedente chiesa gotica per innalzare l’attuale chiesa in gusto neoclassico. Al suo interno, oltre alla cappella santuario della Madonna del Fuoco, patrona della Diocesi forlivese, si custodiscono altre due preziose immagini mariane: quella della Madonna della Ferita e quella della Beata Vergine delle Grazie. Queste due immagini sono poste in due altari minori rispetto alla Cappella del Santissimo Sacramento, posta sul braccio destro del transetto e di fronte alla Cappella della Madonna del Fuoco [3].
Soffermiamo ora la nostra attenzione sulla cappella della Beata Vergine della Grazie. Prima dell’attuale collocazione, l’immagine era affrescata sul muro della navata che dava verso Porta Schiavonia, vicino all’entrata laterale. Nel 1690, l’immagine venne trasferita presso l’attuale collocazione e il titolo dell’altare, precedentemente indicano come “SS. Concezione di Maria” mutò in “Madonna delle Grazie”, anche se la cappella è conosciuta anche con il titolo di cappella della Canonica.
L’immagine raffigura la Vergine con il Bambino sulle ginocchio. Il bambino in piedi tende la mano destra verso la mano di una figura visibile solo parzialmente, ma riconoscibile come santa Caterina d’Alessandria. Pertanto siamo in presenza di una scena che ricorda lo sposalizio mistico di santa Caterina. Nel corso dello spostamento l’affresco ha subito delle rotture e in più parti venne ridipinto. La precarietà delle sue condizioni portarono poi ad un intervento radicale di restauro eseguito nel 1956.
Un colpo d’occhio alla cappella mostra la sua specifica dedicazione all’evento della vocazione di san Pellegrino. Si può notare come l’immagine della vergine sia sovrastata da una targa in legno dorato con la scritta “Haec Beatae Virginis Imago olim allocuta est Beatum Peregrinum” ossia “Questa Immagine della Beata Vergine un giorno parlò al Beato Pellegrino”. Al di sotto della stessa, è presente un sottoquadro settecentesco dipinto ad olio in cui viene ritratto il Crocifisso in atto di guarire san Pellegrino, copia ridotta della tela del Cantarini presente nell’abside della cappella del Santo. Alzando lo sguardo sulla piccola cupola notiamo una serie di angeli in gloria. Di questi angeli, tre sorreggono un cartiglio con la scritta “Peregrinus, Virgine suadente, se totum Christo devovit” ossia “Pellegrino, consigliato dalla Vergine, si affidò tutto a Cristo”.
Riguardo all’immagine, desta qualche perplessità l’attribuzione. L’immagine venne inizialmente attribuita a Guglielmo degli Organi, discepolo di Giotto, attivo nel secolo XIV e morto probabilmente nel 1408. Attualmente la figura e l’esistenza stessa di un autore denominato Guglielmo degli Organi è oggetto di forte revisione [4]. Si nota in particolare come nell’ambito forlivese un certo numero di opere venissero spesso arbitrariamente attribuite a questo autore. Di conseguenza l’attribuzione stessa di questo affresco risulta alquanto labile, al punto da indicarlo più genericamente come “scuola forlivese di Guglielmo degli Organi” oppure come un Anonimo emiliano del XV sec. [5]. In tempi più recenti si indica autore il pittore bolognese Orazio di Jacopo (sec. XV) [6].
Le perplessità nascono dall’inconciliabilità di date se accettiamo che l’entrata di Pellegrino nei Servi di Maria sia avvenuta tra il 1290-1295. Di conseguenza si arriva ad indicare che "non potrebbe essere questa l’Immagine che avrebbe parlato al Santo!" [7]. Personalmente, non è possibile condividere un giudizio così netto. Quantomeno bisognerebbe tener presenti alcuni elementi:
  1. anzitutto come mai la tradizione indica proprio questa raffigurazione della Beata Vergine Maria, così particolare, come l’Immagine che parlò a san Pellegrino.
  2. un altro particolare è dato dal fatto che non sarebbe neanche impossibile che l’affresco fosse ridipinto sopra un immagine precedente, continuandone la tradizione.
  3. in ultima analisi, non è ben chiaro quale tradizione e quale culto veniva reso a questa particolare immagine della Beata Vergine Maria.
L’insieme degli elementi qui elencati non ci aiuta a dire con assoluta certezza se questa sia o meno l’Immagine davanti alla quale pregò san Pellegrino. Di fronte a questo il ricercatore si ferma nel contemplare questa particolare cappella, dove i vari elementi, la targa sopra l’immagine, la riproduzione del miracolo del Crocifisso e il cartiglio sulla cupola, sono scelti non a caso per indicare che la vocazione di Pellegrino comincia davanti ad un immagine della Vergine. Ecco allora che se i dati non sorreggono la ricerca, la fede e la preghiera dei Forlivesi indicano con chiarezza il luogo dove la Beata Vergine Maria indirizzò san Pellegrino sulla via della Salvezza. E in fin dei conti, questa è la cosa più importante da conoscere.

fra Emanuele M. Cattarossi
albatrosm2013@gmail.com



[1] La Legenda originaria di Pellegrino risulta attualmente irreperibile. In questo caso si fa riferimento ad una trascrizione umanistica ad opera di Niccolò Borghese (1432-1500) redatta all’incirca nel 1483, che compendia la Legenda originaria. Per il testo latino si veda Vita beati Peregrini Foroliviensis Ordinis Servorum sanctae Mariae a Nicolao Burgensio equestri clarissimo edita, [ed. P. Soulier], in Monumenta OSM IV, p. 58-62. Una traduzione italiana a cura di P. M. Branchesi, è presente in appendice a A. M. Serra, Santorale antico dei Servi della provincia di Romagna, Bologna 1967, p. 109-119; Idem, San Pellegrino Laziosi da Forlì dei Servi di Maria (1265c.-1345 c.). Storia, culto, attualità, Ed. del Santuario di S. Pellegrino, Forlì 1995, pp. 251-260; V. Benassi, San Pellegrino da Forlì. Una speranza per i malati inguaribili, Ed. del Santuario di S. Pellegrino, Forlì 1996, pp. 237-243. Più recentemente, la stessa traduzione del Branchesi è ripresa in Fonti Storico-Spirituali OSM I, Vicenza 1998, pp. 379-386.
[2] Si veda in proposito A. M. Serra, San Pellegrino Laziosi da Forlì dei Servi di Maria (1265c.-1345 c.)… cit., pp. 74-83; Idem, La «Legenda B. Peregrini»  nella trascrizione umanistica di Nicolò Borghese (1483) in E. Peretto (a cura di), Un amico del Crocifisso e dei Sofferenti: San Pellegrino Laziosi da Forlì (1265-1345 ca.). Atti del Convegno di studio nel 650° della morte (Roma, 9-11 ottobre 1996), (Scripta Pontificiae Facultatis Theologicae Marianum 54, Nova Series 26), Edizioni «Marianum», Roma 1998, pp. 91-96; Idem, Il santo forlivese: San Pellegrino in S. Spada – F. Zaghini (a cura di), La piazza e il chiostro. San Pellegrino Laziosi, Forlì e la Romagna nel tardo Medioevo. Atti delle Giornate di studio (Forlì, 3-4 maggio 1996), Forlì 1999, pp. 64-68.
[3] S. D’Altri, Duomo di S. Croce in Forlì, Studio Costa, Bologna 2000, pp. 22.24.
[4] Si veda in proposito M. Ragozzino, Guglielmo da Forlì, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 60, Roma 2003, pp. 806-808.
[5] Si rimanda alla scheda del Catalogo della Fondazione Federico Zeri dell’Università di Bologna presente al seguente [Link
[6] S. D’Altri, Duomo di S. Croce in Forlì…, cit., p. 24.
[7] Cfr. A. M. Serra, San Pellegrino Laziosi da Forlì dei Servi di Maria (1265c.-1345 c.)… cit., pp. 216.221 [nota 72]; Idem, Il santo forlivese: San Pellegrino… cit., pp. 90-91 [nota 72]; S. D’Altri, Duomo di S. Croce in Forlì…, cit., p. 24.

mercoledì 23 aprile 2014

La "S" sbarrata [Schede per l'iconografia dello Stemma OSM]



Siena, Tavoletta di Biccherna (1457).

Riguardo allo Stemma dell’Ordine dei Servi di Maria, un filone interessante di ricerca è costituito dall’utilizzo di una S sbarrata verticalmente. Questo particolare segno indica una forma di abbreviazione.
Infatti, pur non essendo riducibile ad un unico uso, esiste un particolare tipo di S sbarrata attestata al secolo XV che abbrevia la parola “Ser” a sua volta riconducibile tra i diversi significati alla parola “Servus” ossia “Servo[1].
Certamente può apparire molto difficile far risalire con certezza l’utilizzo della S sbarrata a queste abbreviazioni. Abbiamo però nel secolo XV alcune testimonianze dell’inizio di un utilizzo di questa particolare S come stemma dell’Ordine. Particolarmente significativa è una tavoletta della Biccherna del 1457, custodita nell’Archivio di Stato di Siena, attribuita a Sano di Pietro (1406-1481) [2]. In questa tavoletta, prezioso reperto iconografico per l’Ordine dei Servi di Maria, troviamo raffigurati i due beati senesi: il beato Gioacchino sulla sinistra di chi guarda con un ramo di rose, segno di carità, in una mano e un libro chiuso; il beato Francesco, raffigurato più anziano, porta lo stelo di un giglio e un libro pure chiuso. I due beati, entrambi raffigurati con l’aureola di santi, affiancano l’emblema di una colomba all’interno di una ghirlanda, con ai piedi un libro aperto. Questa particolare raffigurazione allude alla ratifica degli accordi di pace siglati l’anno prima, relativi all’impresa del conte Iacomo Piccinino, il quale aveva invaso il territorio della Repubblica Senese su incarico di Alfonso V d’Aragona (1396-1458).
Occorre notare che il camarlengo di Biccherna nel 1457 è fra Gabbriello Mattei dei Servi, il quale oltre a far raffigurare i due beati come portatori di pace, fa raffigurare tra le “armi” o stemmi degli Otto di Biccherna e dello scrittore di quell’anno, anche quello del suo Ordine. Lo stemma è il primo partendo da sinistra: uno scudo in cui si nota una S con virgulto di giglio in campo turchino. La S è attraversata da un segno verticale con un piccolo tratto orizzontale in cima mentre termina in due radiche.
Piastra con S sbarrata. Legatura del Corale C.
Altri utilizzi della S sbarrata li troviamo sparsi nel convento della SS. Annunziata di Firenze. Compaiono in tondi di alcuni soffitti e nel chiostro grande del Convento. Tuttavia una maniera molto ben definita di questa S sbarrata la troviamo sulle coperte della serie quattrocentesca dei corali, segnati dalle lettere A-B-C-D-F.
Questo gruppo di codici compongono un liber gradualis, ossia quei libri che contenevano le parti della Messa. Essi sono i più importanti dal lato artistico quanto da quello liturgico dal momento che essendo tutti composti nello stesso tempo, ossia tra il 1471 e il 1475, rispecchiano nella loro unità, lo sviluppo della miniatura fiorentina nel periodo più importante della sua storia [3].
Questi volumi, già lungamente studiati dal punto di vista artistico [4], presentano una particolarità nelle loro legature esterne. Si nota infatti in alcuni volumi la presenza di una piastra centrale recante una S sbarrata verticalmente da un semplice segno. Questa S sbarrata risulta quindi racchiusa da giri di conchiglie, motivi polilobati, nastri intrecciati e palmette. Di conseguenza queste piastre con la S sbarrata sono importanti perché indicano attraverso un emblema riconoscibile l’appartenenza dei codici ad un convento dei Servi di Maria.
Rispetto alla S sbarrata della Biccherna senese, quella presente sui corali fiorentini risulta più semplificata in quanto non presenta le radiche terminali. Tuttavia entrambi gli esempi servono a indicare un modo molto stilizzato di Stemma dell’Ordine dei Servi di Maria. Probabilmente, a partire da questi esempi si può indicare una base da cui lo stemma si evolve e, arricchendosi, si specifica nel tempo.



fra Emanuele M. Cattarossi
albatrosm2013@gmail.com
 
Schede per l'Iconografia dello Stemma OSM
Vedi anche: Note sui sigilli dei Priori Generali dell'Ordine dei Servi di Maria




[1] A. Cappelli (cura), Lexicon Abbreviaturarum. Dizionario di Abbreviature Latine ed Italiane… Hoepli, Milano (1929). 337 e 502
[2] Archivio di Stato di Siena, Biccherna, n. 31 (cm 45x29,80). Descritta in L. Borgia – E. Carli – M.A. Ceppari – U. Morandi – P. Sinibaldi – C. Zarrilli (a cura di), Le Biccherne. Tavole dipinte delle Magistrature senesi (secoli XIII-XVIII), Le Monnier, Firenze (1984), pp. 162-163 [Tav. n. 61]; A. Tomei (a cura di), Le Biccherne di Siena. Arte e Finanza all’alba dell’economia moderna, Retablo, Roma – Bolis Edizioni, Bergamo (2002), pp. 194-195
[3] Cfr. R.M. Taucci, I Corali miniati della SS. Annunziata di Firenze in Studi Storici OSM 1 (1933), pp. 148-158.
[4] Cfr. M.G. Ciardi Duprè Dal Poggetto, I libri di coro in E. Casalini – M.G. Ciardi Duprè Dal Poggetto, L. Crociani, D.L. Bemporad (a cura di), Tesori d’Arte dell’Annunziata di Firenze, Alinari, Firenze 1987, pp. 183-296 [schede nn. 30-34]

domenica 23 marzo 2014

"Quella Testa Santa di quella Vergine..." [Schede per l'iconografia Mariana dell'Ordine dei Servi di Maria]



In occasione della Solennità dell’Annunciazione del Signore (25 marzo), riproponiamo un interessante scheda riguardo all’immagine della SS. Annunziata di Firenze, redatta dal compianto p. Eugenio M. Casalini (+ 2011), stimato storico e ricercatore dell’Ordine dei Servi di Maria [1].

fra Emanuele M. Cattarossi
albatrosm2013@gmail.com

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Se non possiamo affermare, con la leggenda, che questa immagine della nostra Annunziata sia stata dipinta nel 1252, possiamo però confermare che la devozione ad un immagine simile, non esistente anteriormente, godesse di una sentita devozione popolare fin dalle origini del Santuario (1250), come dimostrano gli inconfutabili documenti ancora esistenti [2].
Ma qui, riportando alcune testimonianze che si scaglionano lungo sette secoli, vogliamo solo ricordare come la devozione "cosidetta" popolare alla nostra Madonna e al suo volto santo non ha subito interruzioni fino ai nostri tempi.
Il titolo che abbiamo messo a questa scheda - Quella testa di quella Vergine - è l'espressione usata da un religioso del convento nel 1444, per indicare il restauro pittorico contro il fumo delle candele che deturpava appunto quella testa santa: l'espressione raccoglie insieme a una certa antichità dell'affresco, la tradizione che attribuisce la pittura del volto di Maria ad intervento divino [3]
Sempre a metà del sec. XV, fra Paolo Attavanti racconta come avvenne il prodigio del Volto angelico. Il pittore Bartolomeo, incaricato di dipingere l'Annunziata, non riusciva a tratteggiare il Volto, nonostante le sue preghiere e digiuni:

«… Si dice che alfine le sue preghiere fossero ascoltate: una mattina, tornando la lavoro, trovò la figura della Vergine che aveva già dipinto, finita anche nel Volto; per cui non può esservi dubbio che quel volto sia stato ritratto dalla mano degli Angeli…» [4].

Nel sec. XVI, Francesco Bocchi, nella sua opera Sopra l'Imagine della Santissima Nunziata di Fiorenza riporta le parole di ammirazione e devozione di Michelangelo Buonarroti che, interrogato dal Granduca su cosa pensasse della conclamata bellezza del volto dell'Annunziata, così rispose:

«… Se alcun mi dicesse (però che questa è l'arte mia) che questa imagine da senno humano fosse stata dipinta, io direi, che e' dicesse bugia: perchè di vero l'artifizio dell'huomo, et il suo ingegno non puote, come è questo valore [questa perfezione], tanto alto arrivare: onde io avviso, che miracolosamente sia stato fatto questo divin sembiante da Dio, et dagli Angeli senza più...» [5].

Tra il sec. XVII e XIX importante testimonianza di devozione è la presenza dell'Arte, sia a livello accademico che divulgativo-devozionale: incisioni, dipinti su tavola e tela, oleografie si trovano largamente diffusi non solo in Toscana ma nell'intera Europa cattolica. Un esempio è l'immagine dell'Annunciazione che abbiamo unito al Bollettino 6/99 (a. XIX). Su di essa il libro delle Ricordanze del Convento E riporta: 

«… A dì 4 D.° (Novembre 1690). Ricordo, qualmente fra Manseuto Guelfi nostro Converso fiorentino fece per sua divozione intagliare in rame la miracolosa Immagine di S. Maria Annunziata dall'Angelo ... circondata attorno da 18 miracoli e grazie più insigni ... Il predetto rame, alto poco men d'un braccio, e largo quasi tre quarti, è riuscito molto bello, ed è stato inciso in Bologna con spesa di scudi trenta di lire sette per scudo del deposito del prefato fr. Mansueto, che per farlo lavorare si portò in quella città: e più, scudi 20 in circa, in fogli e tiratura di 1200 copie…» [6].

E termino questa scheda con una personale citazione:

«… La Leggenda ci parla della bellezza del volto, ma è tutta la persona della Madonna che ci conduce con "Equilibrio" a questo volto, che è un esempio concreto delle relazioni che devono legare la creatura al suo Creatore. 
Non è paura e sbigottimento, come rappresenteranno spesso i pittori dei secoli successivi, ma gioia calma e serena; non sottomissione penosa, ma aperta accettazione e ferma adesione alla volontà divina; non posa e ricercatezza, ma sincerità cosciente. In questa Madonna è l'esempio più vero della creatura "intera", ricostruita, nel suo valore iniziale, dalla Redenzione. Questo volto nel quale, lungo i secoli, i devoti leggono la propria storia e la propria salvezza, spiega, più della leggenda, l'affollarsi dei Pellegrini e il fiorire di Grazie e miracoli all'altare della Madonna di Firenze…» [7].
  
p. Eugenio M. Casalini



[1] Il seguente articolo apparve su "La SS. Annunziata" periodico bimestrale mariano, n° 2, Marzo-Aprile 2000, A. XX, pp. 5-6.
[2] E. Casalini, Il Convento e le sue origini, in Idem, Una Icona di famiglia (Biblioteca della Provincia Toscana dell’Ordine dei Servi, Colligite 10), Firenze 1998, pp. 13-71.
[3] E. Casalini, Quella Testa santa di quella Vergine in Idem, Una Icona di famiglia…, pp. 79-82.
[4] Paolo Attavanti, Dialogus fratris Pauli florentini de origine Ordinis Servorum ad Petrum Cosmae (1465 circa). Edizione in Monumenta O.S.M., t. XI, pp. 72-87 [introduzione], 88-113 [testo]
[5] Francesco Bocchi, Sopra l'Imagine della Santissima Nunziata di Fiorenza, Firenze, Michelangelo Sermartelli 1592, pp. 86-87.
[6] Archivio di Stato di Firenze, Conventi Soppressi dal Governo francese, 119, 55, ff. 343v, 344r.
[7] E. Casalini, La Basilica Santuario della SS. Annunziata, Firenze 1957, pp. 43-45.

domenica 9 marzo 2014

Asterischi - Opere d'arte della SS. Annunziata in mostra a Palazzo Strozzi



Nell’ambito del ricco calendario di eventi artistici della città di Firenze, per l’Ordine dei Servi di Maria è utile segnalare che dall’8 marzo al 20 luglio 2014 è possibile visitare presso Palazzo Strozzi la mostra Pontormo e Rosso Fiorentino. Divergenti vie della "maniera".
L’esposizione come si ricava dal titolo è dedicata all’opera del Pontormo (al secolo Jacopo Carucci, Pontorme-Empoli 1494 – Firenze 1557) e del Rosso Fiorentino (al secolo Giovan Battista di Jacopo, Firenze 1494 – Fontainebleau 1540), i pittori più anticonformisti e spregiudicati fra i protagonisti del nuovo modo di intendere l’arte in quella stagione del Cinquecento italiano che Giorgio Vasari indicò come “Maniera moderna”.
Pontormo e Rosso Fiorentino si formano con Andrea del Sarto (al secolo Andrea d'Agnolo, Firenze 1486-1530), pur mantenendo entrambi una forte indipendenza e una grande libertà espressiva. Pontormo, nel tempo divenno pittore sempre preferito dai Medici e aperto alla varietà linguistica e al rinnovamento degli schemi compositivi della tradizione. Rosso Fiorentino fu invece legatissimo alla tradizione pur con aneliti di spregiudicatezza e di originalità, influenzato anche dalla letteratura cabalistica e dall’esoterismo. Due vie, dunque, divergenti nell’interpretare la “Maniera” nella Firenze rinascimentale.

Per l’Ordine dei Servi di Maria, all’interno della mostra un importante contributo proviene dalla nostra Chiesa della SS. Annunziata di Firenze. I visitatori della mostra vengono infatti accolti già nella prima sezione della mostra intitolata “Gli esordi nel Chiostrino dell’Annunziata” da tre grandi affreschi del Chiostrino dei Voti, restaurati per l’occasione. Sulla sinistra di chi guarda abbiamo la Visitazione (1514-1516) del Pontormo, al centro il Viaggio dei Magi (1511) di Andrea del Sarto e sulla destra l’Assunzione (1513) di Rosso Fiorentino.
Nella seconda parte della prima sezione dal titolo “In bottega con Andrea del Sarto” si può ammirare un’altra opera del Pontormo, ossia una Sacra conversazione o Madonna di San Ruffillo (1514) conservata nella Cappella di San Luca o Cappella degli Artisti della SS. Annunziata dal 1823, dopo la demolizione della Chiesa di San Ruffillo da cui proviene.

Lo studio di due modi differenti di intendere la “Maniera” quali l’opera di Pontormo e Rosso Fiorentino richiamano un particolare importante per l’Ordine dei Servi di Maria e per la Santissima Annunziata in particolare, ossia come il Chiostrino dei Voti rappresenti il luogo d’incubazione e di inizio nella pratica della “Maniera”. Vale allora ricordare quanto già espresso da uno dei curatori della mostra, Antonio Natali direttore della Galleria degli Uffizi, nel corso di un conferenza al III° Convegno di Storia dell’Ordine dei Servi di Maria [1]:

«Tutto questo … nel Chiostrino dei Voti all’Annunziata di Firenze, convento dei Servi dove vivevano anche frati umanisti, cui risultava agevole accogliere le nuove istanze e che anzi non è poi così arduo ammettere possano averle talora anche promosse» [2].

Pertanto il convento fiorentino assume una grande importanza nella nascita della “Maniera”, tanto da dover richiamare l’attenzione sul ruolo artistico e culturale assunto per lungo tempo dalla Santissima Annunziata nell’ambito della città di Firenze, e di conseguenza il Natali affermava

«Chi conosce gli svolgimenti dell’arte nel Cinquecento e l’ascendente che esercitarono gli artefici operosi nel convento dei Servi (ascendente che varcò perfino le Alpi, quando proprio il Rosso divenne artista massimo alla corte di Francesco I, re di Francia) può ben capire quale officina di poesia e cultura avesse favorito agli inizi del Cinquecento l’Ordine dei Servi di Maria» [3].

Non a caso questo succede proprio alla SS. Annunziata in quanto:

«Nel convento fiorentino dei Servi di Maria c’erano frati in grado di favorire la nascita e la maturazione di una cultura nuova, sia letteraria che figurativa. E viene naturale congetturare che le stesse virtù intellettuali venissero da loro applicate nell’elaborazione di pensieri e concetti teologici pertinenti a una religiosità che, dopo la vicenda savonaroliana, tornava a essere inquieta. Considerazione da tenere presente ragionando dei precursori della «maniera moderna» fiorentina, giacché Andrea del Sarto, il Pontormo e il Rosso avrebbero dipinto, dopo il soggiorno operoso all’Annunziata, opere di spiritualità di frontiera» [4].

Nell’occasione della mostra è stato curato un preziosissimo catologo edito dalla Editrice Mandragora e un interessante volumetto dal titolo Pontormo e Rosso Fiorentino a Firenze e in Toscana, curato da Ludovica Sebregondi ed edito dalla Maschietto Editore. Per ulteriori approfondimenti, all’indirizzo http://www.palazzostrozzi.com/pontormoerosso si ritrovano una serie di informazioni e materiali sulla mostra.


fra Emanuele M. Cattarossi
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[1] I Servi di Santa Maria nell’epoca delle riforme (1431-1623), convegno svoltosi a Roma presso la Pontificia Facoltà Teologica «Marianum» dal 7 al 9 ottobre 2010. Atti del Convegno in Studi Storici dell’Ordine dei Servi di Maria, 61-62 (2011-2012), 2 vol.
[2] A. Natali, I Servi di Maria e la nascita della «Maniera Moderna» in Studi Storici OSM 61-62 I (2011-2012) pp. 197-198
[3] Ibidem… p. 198.
[4] Ibidem… p. 198.

mercoledì 19 febbraio 2014

A Franco Andrea Dal Pino per il suo 94° compleanno



Roma, 2009 - Franco Andrea Dal Pino (a sinistra) con Odir J. Dias in una pausa dalle lezioni del Corso di Storia e Spiritualità OSM.


Poche brevi note non bastano certamente a rendere merito per l’immenso contributo offerto da Franco Andrea Dal Pino per la storiografia dell’Ordine dei Servi di Maria e per la ricerca storica in generale sugli Ordini religiosi. Ma, nell’occasione del suo 94° compleanno,  queste poche note vorrebbero essere un “grazie” da parte di ogni studente o ricercatore che ha avuto la possibilità di conoscerlo e lavorarci insieme.
Storico italiano, Franco Andrea Dal Pino (Viareggio, 19 febbraio 1920) è uno tra i più autorevoli studiosi nel campo della ricerca sugli Ordini religiosi, oltre che figura di riferimento principale per la ricerca nell’ambito dell’Ordine dei Servi di Maria [1].
Ricercatore assiduo e attento, terminati gli studi teologici ha conseguito il Dottorato in Scienze Storiche presso l'Università Cattolica di Lovanio (1946). Come docente di discipline storico-ecclesiastiche ha svolto la sua attività presso la Pontificia facoltà teologica "Marianum" di Roma e le Università della Calabria e di Padova (di cui è professore emerito). Sostenne e riprese a partire dal 1953 la pubblicazione degli Studi Storici dell’Ordine dei Servi di Maria, sospesa nel 1942. A lungo membro dell’Istituto Storico dell'Ordine dei Servi di Maria, con sede in Roma, di cui ha lavorato alla fondazione e nell'ambito del quale ha ricoperto anche la carica di Presidente. È inoltre membro della Società Internazionale di Studi Francescani di Assisi e della Societas Veneta di Padova, di cui è presidente onorario.
Franco Andrea Dal Pino è autore di oltre un centinaio di articoli su riviste scientifiche e atti di convegni, in Italia e all'estero. Solo per citarne alcuni, tra i libri possiamo ricordare Un gruppo evangelico nella Firenze del Duecento (Biblioteca toscana dei Servi, Agiografia 1), Firenze, 1969, dove in un agile volumetto ripercorre il cammino dei Sette Santi Fondatori e le primi origini dell’Ordine dei Servi di Maria, con l’aggiunta di una sezione iconografica curata da p. Eugenio M. Casalini. Assolutamente da non dimenticare è I Frati Servi di s. Maria dalle origini all’approvazione (1233ca-1304), 2 volumi, Lovanio, 1972, opera poderosa e imprescindibile circa i primi settant’anni dell’Ordine dei Servi di Maria, dotata di un volume di documentazione di prim’ordine. Molto particare invece è il Bullarium Ordinis Servorum sanctae Mariae I (1251/52 – 1304) (Scrinium Historiale 8), Roma, 1974, primo volume di un progetto poi non proseguito che riportasse il bollario dei Servi di Maria. Con Spazi e figure lungo la storia dell'Ordine dei Servi di santa Maria (secc. XIII-XX) (Italia sacra 55), Roma, Herder 1997 abbiamo un preziosissimo volume di studi miscellanei sull’Ordine dei Servi di Maria, corredati talora da aggiornamenti bibliografici, che indica la vastità degli studi e degli interessi del Dal Pino per la storiografia servitana.
Se ne potrebbe citare ancora, ma in questa parziale rassegna va ricordato come il Dal Pino ha collaborato, insieme con Piergiorgio Di Domenico, alla cura e all’edizione dei tre volumi di Fonti Storico-Spirituali dell’Ordine dei Servi di Maria (Vicenza, Servitium 1997 e 2002; Padova, Messaggero 2008), notevoli repertori di fonti e indicazioni di ricerca per l’Ordine dei Servi di Maria.
A Franco Andrea Dal Pino, con gratitudine per il suo lavoro, i nostri migliori e più cordiali auguri…


[1] Una parziale bio-bibliografia fino al 1976 si trova in D. M. Montagna, Fra Andrea Maria Dal Pino e la Storiografia dei Servi in Studi Storici OSM 26 (1976), pp. 297-312

sabato 15 febbraio 2014

Storie di Manetto dei Sette Santi Fondatori [Schede per l'iconografia del santorale OSM]



Per l’iconografia dei Sette Santi Fondatori dell’Ordine dei Servi di Maria il seicento rappresenta un periodo di ricca produzione artistica soprattutto in Toscana. Possiamo ricordare, a titolo d’esempio, i cicli d’affreschi dipinti da Bernardino Barbatelli detto il “Poccetti” per i chiostri dei conventi della SS. Annunziata di Firenze e di Pistoia,  o quello di Alessandro Pillori per il convento di Monte Senario. Ma in questa sede vogliamo soffermare la nostra attenzione sopra un ciclo di storie dedicato singolarmente ad uno dei sette Fondatori: Manetto detto “degli Antellesi”.
Vi è nella tribuna del santuario della SS. Annunziata una cappella detta della Natività di Maria per via della bella tavola d’altare dipinta da Alessandro Allori (1535-1607). La cappella, fin dal 1475 sotto il patronato dei signori dell’Antella, venne abbellita splendidamente negli anni 1600-1602 per iniziativa del senatore Donato dell’Antella, mosso da grande devozione verso il beato Manetto ch’egli diceva appartenere ai suoi antenati [1]. La cappella fino al quel tempo semplice e disadorna si arricchì sia di marmi, pietre dure e lapislazzuli che di pitture commissionate ai migliori pennelli fiorentini del tempo. Alla già citata la tavola d’altare riguardante la Natività della Vergine vanno aggiunti altri quattro quadri di minori dimensioni. Questi quadri adornano le pareti della cappella e ricordano le principali scene di vita del beato Manetto. La particolarità di questo ciclo di storie è che si tratta un’interassente diversione sull’iconografia dei Sette Santi Fondatori. Risulta infatti più facile trovare i Fondatori rappresentati singolarmente, ma molto più raro identificare cicli di storie personali.
Il ciclo inizia con la tela in alto a sinistra, sulla cui fronte possiamo notare un ricco cartello in marmo con la scritta: novella vitis mira velocitate frondescens. Ai piedi del quadro vi è un altro cartello con la scritta: beatus manettus antell. ad montem senarium contendit mccxxxiii. Il quadro è opera di Alessandro Allori. Il soggetto del dipinto è la salita dei Sette Santi Fondatori al Monte Senario. Notiamo infatti un gruppo di sette uomini raccolti assieme e vestiti con l’abito dei Servi. Tra questi se ne nota uno, forse proprio Manetto, che rivolto ai compagni indica con un movimento del braccio destro la vetta ormai vicina e notiamo come il cammino dei sette venga preparato da alcuni angeli. Troviamo un riscontro del tema del quadro nella Legenda de Origine al n. 41: “Da lontano essi scorsero il monte indicato loro da Dio: si innalzava al di sopra dei monti circostanti. Si avvicinarono per vedere com’era fatto. In cima trovarono una radura bellissima, anche se piccola: da una parte una fonte di ottima acqua, tutt’intorno un bosco ordinatissimo, come se fosse stato piantato da mano umana. Questo era davvero il monte preparato loro da Dio. […] Perciò ringraziarono Dio di cuore. Una volta scoperto il luogo dove i loro progetti potevano realizzarsi, non dicevano più: "Venite, cerchiamo", bensì: "Venite, vediamo il luogo preparato dal Signore e saliamo al monte adatto alla nostra penitenza", e con timore di Dio e gioia insieme si dicevano l'un l'altro: "Perché aspettare ancora? Presto, presto, usciamo dalla città, lasciamo ogni rapporto con il mondo, non fermiamoci nella regione circostante, e non voltiamoci indietro per guardare quanto è nocivo alle nostre anime, ma saliamo su questo monte del Signore a noi riservato dalla divina provvidenza, perché in tutto possiamo realizzare la volontà di Dio secondo il nostro desiderio".
La seconda tela posta in basso è opera di Domenico Cresti (1558/60-1636), detto il “Passignano”. Nel cartello sotto il quadro leggiamo: b. m. generalis renuntiatur mcclxv. Notiamo un anziano frate dell’Ordine, Manetto appunto, al centro del quadro rivolto a sinistra. Alle sue spalle un altare, davanti a lui un gruppo di frati inginocchiati. Il frate tiene la mano destra alzata come per benedire i frati dinanzi a lui. Ancora la Legenda de Origine ci ricorda questo momento al n. 61: “nell'anno del Signore 1265, primo del pontificato di papa Clemente IV, fu eletto fra Manetto da Firenze, uomo di grande santità e devozione, di bell'aspetto e di natura delicata”. Stando alla documentazione, Manetto venne eletto priore generale dell’Ordine nel 1265, subentrando nell'incarico a Giacomo da Siena, rimanendo fino al 1267 anno in cui pare aver rinunciato al mandato venendo sostituito da Filippo Benizi.
Volgendo lo sguardo sulla destra in alto, notiamo la terza tela opera di Jacopo Ligozzi (1547-1627). Sulla fronte del quadro un cartello con la scritta magna servitor. auguratur incrementa. Un altro cartello ai piedi del quadro ci spiega il tema: b. m. a clemente iv p. m. plura obtinet privilegia. L’autore ritrae Manetto inginocchiato ai piedi del pontefice Clemente IV, in presenza dei cardinali. La Legenda de Origine ci dice, sempre al n. 61, che Manetto “…per la conferma si recò alla curia che allora si trovava a Perugia” ma non fa cenno dei privilegi ottenuti. Qui ci vengono in soccorso le fonti d’archivio: l’8 giugno 1265, Clemente IV conferma con la lettera Inducunt Nos il privilegio concesso il 25 luglio 1263 da papa Urbano IV all’Ordine dei Servi di poter tenere Capitolo generale ed eleggere un priore generale, il quale doveva essere confermato dal papa [2].
Arriviamo così all’ultima tela realizzata da Cristoforo Allori (1577-1621), figlio di Alessandro, che raffigurò un miracolo del beato, la guarigione di un giovane muto e storpio come viene ricordato pure dal cartello: b. m. mutum et claudum sanat. La Legenda de Origine non ci parla di questo episodio ma lo ritroviamo invece nel Dialogus de Origine Ordinis (1465) di fra Paolo Attavanti (1440-1499). L’autore indicò Manetto con il nome di “Benedetto”, cosa questa che in tempi successivi porterà altri autori dei Servi a indicare questo nome come quello usato prima di abbracciare la vita religiosa. E parlando appunto di lui l’Attavanti scrive in proposito che “Alcune persone gli portarono in gran pianto un loro nipote zoppo e muto, chiedendogli di guarirlo con la sua virtù e santità. “Ora Dio – egli disse –, da cui proviene ogni bene, esaudirà la vostra preghiera”. Stava preparandosi per la messa. Offrì a Dio il sacrificio e al termine, preso per mano l’infermo, lo mise in piedi guarito. Gli diede poi in bocca il corpo del Signore e, fatta la comunione, gli restituì la facoltà di parlare. Perciò, al colmo dello stupore, della gioia e del timore per questi mirabili fatti, la gente fu piena di esultanza”. [3]


fra Emanuele M. Cattarossi
albatrosm2013@gmail.com



[1] Si veda Il santuario della Santissima Annunziata di Firenze. Guida Storico-Illustrativa, Firenze 1876, pp. 154-157; E. Casalini, La SS. Annunziata di Firenze. Guida storico-artistica, II edizione, Firenze 1980, pp. 39-40; F. Petrucci, Santissima Annunziata, Roma 1992, pp. 53-54
[2] Analisi ed Edizione in F. A. Dal Pino, I Frati Servi di s. Maria dalle origini all’approvazione (1233ca-1304), Lovanio 1972, I, p. 925; II, pp. 27-29; regesto in Fonti Storico-Spirituali dei Servi di S. Maria, vol. I, Vicenza 1998, pp. 33-34 (n. 18).
[3] Paolo Attavanti, Dialogus fratris Pauli Florentini de origine Ordinis Servorum ad Petrum Cosmae (1465), edizione in P. M. Soulier, in Monumenta Ordinis Servorum, t. XI, Roulers 1910, pp. 88-112. Traduzione in Fonti Storico-Spirituali dei Servi di S. Maria vol. II, Vicenza 2002, pp. 494-500.